Pubblicato il 18-06-2012

Il Pil non basta più. Arriva l’Iwi insieme ad altri nove Pil alternativi

L'Unep ha sviluppato un indice che va oltre il semplice prodotto interno lordo: l'Inclusive Wealth Index (Iwi). Ecco le alternative al Pil.

Il Pil non basta più, non è più adeguato, non riesce a rappresentare la complessità di un mondo in bilico tra crisi ecologiche, interrogativi scientifici, dilemmi riguardanti l’energia, l’alimentazione, gli stili di vita, la biodiversità. Anche la Conferenza mondiale sull’ambiente Rio+20 ha fornito l’occasione di ripetere, come da anni fanno sempre più economisti, che occorre un nuovo metro per misurare quanto, se e come le economie stanno crescendo.

 

La nuova proposta: l’Unep

L’Unep, l’agenzia Onu per l’ambiente, ha sviluppato un indice che va oltre il semplice prodotto interno lordo: l’Inclusive Wealth Index (Iwi), presentato il 18 giugno in Brasile in concomitanza con la conferenza Rio+20. “La Conferenza di Rio e’ un’ottima occasione per smettere di considerare il Pil come l’unica misura della prosperita’ di un paese, perche’ trascura i principali indici di benessere delle persone, oltre allo stato delle risorse naturali di un paese – afferma il direttore esecutivo dell’Unep Achim Steiner - l’Iwi e’ fra le possibili alternative che i leader mondiali potrebbero prendere in considerazione”. “Anche se la maggior parte delle economie analizzate, e in generale il mondo, hanno avuto tassi di crescita positivi negli ultimi anni – sottolinea Pablo Munoz, direttore scientifico del rapporto collegato – uno sguardo piu’ ampio indica che questo e’ avvenuto ad un prezzo molto alto, di cui si dovrebbe tenere conto nel bilancio dei singoli Stati”

 

Il precedente di gennaio: l’Onu

Bisogna pensare a indicatori diversi dal Pil e le nazioni dovrebbero ridefinire il concetto di benessere, perché lo sviluppo globale attuale è diventato insostenibile per il pianeta. Questa è la costante alla base di tutte le 56 raccomandazioni contenute nel rapporto Onu “Resilient people resilient panel: A future worth choosing”: 100 pagine scritte da un comitato di ricercatori di alto livello, presentato il 31 gennaio al summit dell’Unione africana ad Addis Abeba, in Etiopia. Secondo il panel “non si possono ignorare i sacrifici imposti al mondo ambientale dalla crescita economica”. Tra le altre raccomandazioni, l’Onu elenca i requisiti fondamentali per lo sviluppo sostenibile, la green economy, l’incorporazione dei costi sociali e ambientali nel settore privato, l’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili entro il 2020 e nuovi investimenti per la comprensione del nostro pianeta, a favore delle scienze naturali, della meteorologia, dell’ecologia. La richiesta di fondo è di definire un indice di sviluppo sostenibile che vada oltre il Pil, oppure una serie di nuovi indicatori, entro il 2014.

I PIL alternativi

IWI

Il test sul nuovo indice Unep è stato condotto su 20 Stati in cui il PIL è cresciuto ma a scapito di benessere dei cittadini e delle risorse naturali. I paesi presi in considerazione (tra cui non l’Italia) rappresentano il 56% della popolazione mondiale e il 72% del PIL mondiale. Sono stati scelti tra economie ad alto, medio e basso reddito. Ad esempio il Sudafrica ha ridotto le risorse naturali pro-capite del 33% nel periodo considerato, il Brasile del 25%, gli Usa del 20% e la Cina del 17%. Solo il Giappone fra i paesi presi in considerazione ha aumentato il proprio ‘capitale naturale’ grazie a nuove foreste. Gli straordinari avanzamenti del PIL del 422% in Cina, del 37% negli Usa, del 31% del Brasile e del 24% del Sudafrica sono quindi, con l’indice IWI, rivisti al ribasso: Cina e Brasile salirebbero del 45% e del 18%, mentre gli Stati Uniti del 13%. Diciannove paesi su 20 mostrano un declino delle risorse naturali, mentre sei fra cui la Russia hanno un IWI negativo: lo sfruttamento delle risorse non è neppure andato a vantaggio del benessere dei cittadini.

 

Beyond GDP

L’Unione Europea dal 2009 ha lavorato a un nuovo indice statistico che permetta di misurare, oltre alla ricchezza prodotta, anche i progressi ambientali e nella qualità di vita. L’iniziativa è partita a Bruxelles durante la conferenza “Beyond GDP” (“oltre il Pil”) che il governo comunitario ha organizzato insieme a Parlamento europeo, Ocse, Wwf e Club di Roma.

CIW, Canadian Index of Well-Being

Il Canada è il primo grande stato a dotarsi di un “rapporto composito sulla crescita” ufficiale, tenendo in considerazione come stanno davvero i cittadini, la qualità della vita, le ambizioni. Mostra che dal 1994 al 2008 il Pil del Canada è cresciuto di un robusto 31%, mentre la qualità della vita solo dell’11%.

HDI, Human Development Index

Ideato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq, l’indice è già usato dall’Onu dal 1993 accanto al Pil. Oltre alla tradizionale visione di crescita su parametri economici l’HDI tiene in considerazione diritti umani, difesa dell’ambiente, uso delle risorse locali, alfabetizzazione, servizi sanitari e sociali, pari opportunità. La scala dell’indice è decrescente da 1 a 0.

GPI, Genuine Progress Indicator

Capitale umano, capitale costruito, capitale sociale, capitale ambientale: su queste quattro categorie si impernia il GPI. Elaborato da Redefining Progress nel 1995, a differenza del Pil considera il contributo economico (stimato) di tutti i servizi del volontariato e sottrae le spese dovute a inquinamento, divorzi, disoccupazione, crimine, esercito. Mentre il Pil procapite è aumentato negli ultimi 50 anni, la crescita del GPI s’è arrestata verso la metà degli anni Settanta.

EPI -Environmental Performance Index

Elaborato nel 2005 dalle università Yale e Columbia, è la “pagella” annuale degli sforzi degli Stati per raggiungere 22 obbiettivi ambientali, dall’acqua alle emissioni di CO2 procapite. Nell’edizione 2012 stilata con il centro europeo di Ispra e il Wef, l’Italia è ottava (cinque anni fa era ventisettesima).

GF, Global Footprint

L’indice dell’impronta ecologica ideato nel 1996 mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle. Ovvero: quanti “pianeta Terra” occorrono se non modifichiamo i nostri stili di vita? Nel 1961 ne servivano 0,7. Oggi, oltre 1 e mezzo. Calcola anche le differenze fra stati. I più “spreconi”sono Emirati Arabi (con un valore di 12 contro una media mondiale di 2,2), poi Usa (9,6) e Canada (7,6). Meglio, ma non abbastanza, l’Europa (4,8).

GSI, Adjusted Net Saving Index

La Banca Mondiale nel 1999 ha messo a punto questo indice che misura la variazione netta nel valore del capitale di un Paese, correggendo il Pil su quattro punti: aggiunte le spese per l’educazione (investimenti nel capitale umano) e detratti i costi delle risorse naturali depauperate e dell’inquinamento.

SSI - Sustainable Society Index

Elaborato annualmente dall’omonima fondazione olandese, offre un grafico a “orologio” su 25 fattori per ogni stato, Italia compresa. A livello mondiale, la sostenibilità si attesta sul 5,9, sul totale di 10.

HPI – Happy Planet Index

Un indice di felicità con radici di scientificità è stato sviluppato dalla New Economics Foundation di Londra. È compilato con un’indagine che incrocia i dati sulle risorse utilizzate da un dato paese con l’impronta ecologica, l’aspettativa di vita e la felicità dei suoi abitanti.

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