
"La libertà, la facoltà di opinare, di servirsi delle proprie forze fisiche, di manifestare i propri pensieri, la resistenza all’oppressione, sono tutte modificazioni del primitivo dritto dell’uomo di conservarsi quale la natura lo ha fatto, e di migliorar se stesso come la medesima lo sprona.
La libertà è la facoltà dell’uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli piace, colla sola limitazione di non impedir agli altri di far lo stesso.
Questo dritto si confonde con quello primitivo. Perciocché quando l’uomo viene impedito di far uso delle sue facoltà, egli non si conserva nello stato suo naturale.
Le facoltà paralizzate dalla violenza sono nulle, e l’uomo schiavo è l’uomo deteriorato. Potendo l’uomo valersi di tutte le sue facoltà, può far uso della principale, ch’è la sua ragione, in tutti i modi ed in tutta l’estensione. E perciò può aversi quelle opinioni che più gli sembrano vere. La sola limitazione dell’esercizio della facoltà di pensare sono le regole del vero.
La tirannia che inceppa gli spiriti, è più detestabile di quella che incatena i corpi. Poiché l’uomo ha la facoltà di valersi dell’azione del suo corpo; poiché è per natura stabilito che le idee e le volizioni determinano il moto del corpo; il dritto di manifestare le sue opinioni e volizioni con la voce, colla parola, coi segni, o colla scrittura, è conforme all’ordine della natura…
Ma i dritti non guarentiti dalla forza, sono come disegni senza esecuzione, come le idee non realizzate. Quindi contro la oppressione ogni uomo ha il diritto d’insorgere.
...Come segnare quel giusto punto tra la passiva pazienza, base del dispotismo, e l’anarchica insorgenza? Abbiamo creduto dar la risoluzione di questo interessante problema, fermando che ogni cittadino abbia il diritto d’insorgere contro le autorità ereditarie e perpetue, tiranniche sempre: che il popolo tutto possa solamente insorgere contro gli abusi esercizii de’ poteri costituzionali. Ma quando diciamo popolo, intendiamo parlare di quel popolo, che sia rischiarato ne’ suoi veri interessi, e non già d’una plebe assopita nella ignoranza e degradata nella schiavitù".
Costituzione Partenopea.
Rapporto del Comitato di legislazione al governo provvisiorio, 1799
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