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SALUTE | Biotransenergenetica
Incontro di sguardi

L’uomo ha tre occhi: quelli della carne, della mente e gli occhi dello spirito.  Il medico dovrebbe usarli tutti e tre. Scopriamo come interpretare i segni dell’ipertensione.


L’ipertensione rappresenta una delle patologie più diffuse del nostro secolo, si calcola che ne soffra dal 15 al 30% della popolazione adulta. Nonostante ciò, solo la metà delle persone che ne sono affette sa di esserlo, di questi solo la metà  fa ricorso a una terapia farmacologia con anti-ipertensivi  e solo nella metà dei casi la terapia è efficace.

San Bonaventura affermava che l’uomo possiede tre occhi: gli occhi della carne, gli occhi della mente e gli occhi dello spirito. Wilber uno dei più prolifici autori contemporanei  di psicologia e medicina integrale suggerisce che l’uomo di scienza dovrebbe usarli tutti e tre. Proviamo a capire cosa significa.

Se ripercorriamo le tappe delle ricerche prodotte sull’ipertensione, ci accorgiamo che i cosiddetti occhi della carne la fanno da padrone; negli ultimi decenni gli occhi della mente si sono timidamente guadagnati il loro spazio, mentre gli occhi dello spirito sono totalmente assenti dalla scena.

Cosa vedono gli occhi della carne? Tutto quello che si può misurare e registrare con appositi apparecchi. Che la pressione del sangue è la forza che spinge il sangue fino ai meandri più remoti dell’organismo; che la pressione del sangue dipende dal rapporto tra la quantità di sangue e le resistenze al suo scorrere.

Teniamo a mente: sangue, quantità e resistenza. Gli occhi della carne ci insegnano anche che l’ipertensione è una condizione patologica dovuta all’aumento della pressione sanguigna e questo mette a grave rischio l’organismo, perché sforza il cuore e deteriora i vasi. Questi occhi distinguono tra due tipi di ipertensione arteriosa: una detta "essenziale" e l’altra denominata "secondaria".

Partiamo dalla seconda: si dice secondaria quando la causa è nota e cioè solo nel 5-10% dei casi. A monte ci sono patologie endocrine, difetti enzimatici surrenali, problemi vascolari, patologie renali. Nel 90% dei casi, però,  l’origine dell’ipertensione è sconosciuta. Questa è l’ipertensione essenziale. Secondo le ultime ricerche alimentazione scorretta e stress psico-emotivo ne sono le probabili cause.

 

 

 



Ed ecco entrare in gioco gli occhi della mente.
Alexxander, uno dei padri della psicosomatica ipotizzò che l’ipertensione potesse rientrare nei disturbi legati alla repressione della propria aggressività e alle emozioni profonde non esaurite in un’azione adeguata. Questa condizione fa sì che l’individuo conservi nel suo organismo uno stato di “preparazione alla lotta e alla fuga”, dove il sistema simpatico è sempre in attività, e gli stati di emergenza sempre all’erta. La pressione del sangue aumenta, idem per la frequenza cardiaca e respiratoria, la temperatura, e così via. L’individuo avverte un senso di tensione e affanno, il suo battito cardiaco aumenta e anche la sudorazione.

E gli occhi dello spirito?
La visone olistica fonda sul principio evidente che il tutto non si esaurisce nella somma delle parti. Psiche più soma non fa l’organismo umano. Parti messe insieme determinano un quid, un campo incommensurabile e irripetibile che fa di un organismo quell’organismo lì e non un altro. La scienza, con gli occhi della carne e della mente, vuole misurare, mettere insieme, separare  e poter ripetere. Gli occhi dello spirito suggeriscono invece di fermarsi, osservare, che le cose sono già insieme e soprattutto non si ripetono, sono uniche. Unicità, vuoto, significato, coscienza, messaggio, insegnamento, compito esistenziale sono i termini ai quali gli occhi dello spirito si rivolgono.

Come si guarda con gli occhi dello spirito?

Riprendiamo le tre parole tenute a mente, sangue, quantità, resistenza. Associamole mentalmente a rosso, fuoco, collera, emozione, passione, flusso, tanto flusso che non passa, sangue del mio sangue, identità, appartenenza, me, io, attaccamento, importanza personale. Riflettiamo: e se prima di misurare, di controllare, esaminare ci fermassimo ad osservare e lasciassimo andare tutto? Potremmo forse renderci conto che non siamo così “impedibili”, il mondo può proseguire anche senza di noi.  Non si tratta di un invito a rassegnarsi alla malattia, anzi. E’ il primo passo per capire che a nostra volta, come il mondo, possiamo fare a meno di molti dei nostri bisogni, risentimenti, problemi, attaccamenti, e possiamo ripensare la nostra immagine, il nostro ruolo. E rendere tutto più fluido.

Pier Luigi Lattuada

Pubblicato su LifeGate Magazine n.33




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