
Il termine terapista rinvia necessariamente ad una qualità della persona, ad una dimensione del cuore che non hanno a a che fare con elementi opzionali.
In Egitto e presso la fratellanza essena, gli aspiranti terapeuti non venivano reclutati fra chi dava prova di saper assorbire puramente e semplicemente una conoscenza; erano tenuti sotto osservazione per lunghi mesi, a volte per anni, per assicurarsi che fossero dotati di un'umanità profonda, e della capacità di manifestarla. Le capacità di ascolto e il carisma erano le prime qualità di cui andavano in cerca gli insegnanti incaricati di scegliere gli allievi e formarli.
La qualità del terapeuta risulta, in primo luogo, da uno stato di coscienza. Scrivendo queste parole mi rendo conto che sembrano scontate, ma per esperienza so anche che certe cose che si danno per scontate sono ormai talmente banalizzate che è bene ricordarle.
Quando parliamo di stato di coscienza, per definizione ci poniamo al di là dello stato d'animo, ovvero al di là delle possibili fluttuazioni di umore, delle emozioni e quindi degli incerti della vita personale. Da questo punto di vista per coscienza qui s'intende il diamante assoluto della nostra Coscienza, ciò che gli orientali chiamano atma. Si tratta dell'Essenza dell'essere, di Ciò che, in noi, non può venire né sporcato né ferito. Parliamo della parte più immacolata e più potente di noi, di quella che, per natura, è in stretto e permanente contatto con la Realtà divina. È con questo spazio aperto sull'Infinito che il santuario terapeutico cercherà di metterci in sintonia.
Daniel Meurois-Givaudan
tratto dal libro. "Così curavano, dagli Egizi agli Esseni: comprendere e praticare" edizioni Amrita
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