Breve nota sulla differenza tra agire e fare

La nota distinzione aristotelica tra "agire" e "fare", ci interpella in un'epoca dove la rottamazione delle idee appaiono sempre più pervasive e inquietanti

La nota distinzione aristotelica tra “agire”, dare un senso, una direzione di marcia al proprio stare al mondo, e “fare”, limitarsi ad eseguire un compito, ci interpella in tutta la sua portata esistenziale, in un’epoca dove l’abulia delle coscienze, l’infiacchimento della meditazione, la rottamazione delle idee appaiono sempre più pervasive e inquietanti.

L’ambiguità tipica della modernità si manifesta a tutto tondo nelle luminose scoperte scientifiche, nelle grandi innovazioni tecnologiche e, di contro, nel pensiero unico, monocorde, nella comunicazione invisibile poiché abitata da linguaggi sempre identici, nella ideazione rattrappita, nello sguardo ripiegato su se stesso poiché privo di tensione contemplativa.

Da qui l’urgenza di recuperare l’agire come progettazione nel mondo e per il mondo di un’articolazione di senso compiuta, di un percorso della coscienza alternativo a quello serializzante indotto dal sistema dei bisogni che seduce e delude con meccanica, implacabile ripetitività. L’agire, tuttavia, diviene progetto di senso solo se lascia spazio alla dialettica tra silenzio e dubbio. Il silenzio, come pausa della parola che indaga se stessa, come temporaneo congedo dal quotidiano per rivisitarlo con occhi nuovi, rinvia da sempre al dubbio. La sospensione della parola e della visione comune, standardizzata, apre, infatti, fecondi squarci dubitativi su quello che acriticamente accatastiamo nei nostri pensieri e nelle nostre azioni, o meglio nel nostro “fare”, nel nostro assolvere in modo impersonale ad un compito.

Il dubbio non è uno stile di vita, bensì un metodo critico di discernimento, uno spazio pre-veritativo che permette al soggetto, dopo la messa in discussione “silenziosa” delle diverse alternative, dei diversi paradigmi di vita, di compiere una scelta veritativa vincolante, in base alla quale determinare il senso ultimativo del proprio esistere qui e ora.

Referenze

Chi è Salvatore Natoli
Salvatore Natoli è uno dei nostri filosofi più prolifici, profondi e stilisticamente coinvolgenti. Egli spazia da tematiche riguardanti la soggettività a riflessioni etiche, fino ad una radicale meditazione sull’agire e sul fare nell’età della tecnica, nella quale si mescolano senza posa mirabili conquiste e controfinalità. Il primato dell’agire, la responsabilità della scelta, la passività come farmaco nei confronti del’iperattivismo si configurano, secondo il Nostro, come emergenze educative contro le logiche imperanti del consumismo ad oltranza. Tra i grandi temi affrontati da Natoli, vanno ricordati soprattutto quelli legati al dolore e alla felicità: L’esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano 1986, La felicità, Feltrinelli, Milano 1994.

Altre notizie

Le foto degli scontri tra gli studenti di Hong Kong e la polizia cinese

Benvenuti nell’era dei commons collaborativi

La comunità finanziaria internazionale pronta a intervenire sul cambiamento climatico

Altri temi in questa categoria

Iscriviti subito alla newsletter settimanale!

Commenti