3. La “Convenzione quadro” sui cambiamenti climatici

L’unico risultato giuridico veramente ascrivibile all’UNCED sono le due convenzioni approvate al termine della Conferenza, in particolar modo la Convenzione sui cambiamenti climatici.

Un risultato importante, in quanto è stata firmata da un
numero record di paesi, 153 firme con la sola esclusione di un
paese di rilievo per il suo patrimonio forestale, la Malesia. Si
tratta di una “Convenzione quadro”: ovvero non comporta stretti
obblighi, ma semplicemente un generico impegno alla riduzione delle
emissioni di gas climalteranti nell’atmosfera senza alcun
riferimento esplicito a scadenze temporali e modalità
operative che dovranno poi essere fissati attraverso appositi
protocolli di implementazione diretti a specificare gli obbiettivi
dell’azione internazionale e le riduzioni concordate.

L’impegno preso si basa ampiamente su di un principio fissato
proprio all’interno della Dichiarazione di Rio, e più
precisamente il principio della responsabilità comune ma
differenziata.

In estrema sintesi, si tratta di un principio secondo il quale,
pur rimanendo ferma la responsabilità di tutta la
comunità degli stati nei confronti dell’ambiente, non pare
opportuno imporre dei vincoli in grado di frenare o rallentare lo
sviluppo di paesi che non hanno contribuito a creare la situazione
di necessità in cui ci si trova, e quindi si tende a non
chiedere impegni, almeno nel breve periodo, ai Paesi in via di
sviluppo.

Il primo obbiettivo generale è soprattutto quello di
promuovere innanzitutto la conoscenza, paese per paese, di tutti i
tipi di emissioni e delle capacità di assorbimento,
secondariamente di sostenere a tutto campo la ricerca su ogni tipo
di conseguenza dovuta all’aumentare della concentrazione di gas
serra nell’atmosfera e infine, sul piano della programmazione di
politiche regionali e nazionali che inglobino in esse i cambiamenti
climatici come variabili determinanti, far sì che queste si
tramutino in azioni volte all’attenuazione dell’immissione in
atmosfera dei suddetti gas.

Per i soli paesi sviluppati si prevede, secondo l’art 4 par.2 a,
il passaggio diretto ad azioni – come adozione di politiche
nazionali dirette a mitigare i cambiamenti climatici, limitazioni
di emissioni di gas nocivi e protezione di risorse, processi e
attività che assorbano tali gas – che portino a un iniziale
e sensibile calo delle emissioni, che le possa portare per lo meno
ai livelli del 1990 in un tempo che però non è stato
definito e, contestualmente, favorire il trasferimento di strumenti
e tecnologie necessarie verso i paesi del Sud. Ai Paesi in via di
sviluppo.

Un’altra conseguenza pratica del principio della
responsabilità comune ma differenziata, oltre alla
diversità negli obbiettivi da raggiungere, è connessa
agli impegni in materia di risorse finanziarie e di trasferimenti
di tecnologie ambientalmente sicure e sane, che hanno costituito il
cuore dei negoziati UNCED. Non vi è dubbio infatti che prima
di poter chiedere impegni concreti a questi Stati e soprattutto al
fine di favorirne un tipo di sviluppo che sia sostenibile e non
ricalchi per quanto possibile quello occidentale è
necessario stabilire un flusso economico e tecnologico tra nord e
sud.
Occorrerebbe modificare il metodo di cooperazione internazionale a
questo fine: ovvero abbandonare il sistema di contribuzione
volontaria e fissare invece criteri ed aliquote stabili per i
trasferimenti monetari, basati possibilmente su specifici accordi
generali o bilaterali come la Convenzione di Lomè.

Tuttavia, nel corso dei lavori della Conferenza, ogni volta che
la questione veniva sollevata, i paesi industrializzati si
trovavano subito a far quadrato nel riaffermare che, in questa
materia, il diritto internazionale non contempla obblighi generali
e che gli aiuti allo sviluppo, anche ove si tratti di sviluppo
sostenibile ed orientato all’obbiettivo della diminuzione di
emissioni climalteranti, restano oggetto di decisioni unilaterali
dei paesi donatori o di specifici accordi di finanziamento; quindi,
per quanto riguarda gli impegni concernenti il finanziamento dello
sviluppo sostenibile in ottica di lotta al cambiamento climatico,
la Conferenza di Rio non ha introdotto alcun elemento nuovo
rispetto alla ormai consolidata prassi decennale in materia di
“targets” dell’aiuto pubblico allo sviluppo.
I Paesi sviluppati si sono limitati a confermare un impegno che
avevano precedentemente assunto: lo 0,7% del prodotto nazionale
lordo al finanziamento dello sviluppo sostenibile. E’ vero
però, che molti di essi sono ben lontani dall’aver raggiunto
tale obbiettivo, essendo la media lo 0,35%.


Andrea Amato

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