AID Sudafrica: generazioni da salvare

Sudafrica, Sekukhune: Lila Cedius opera per contrastare la trasmissione delll’Aids e rendere le giovani madri consapevoli. Per salvare i bimbi dal virus.

Allarme dati sull’Aids. In Sudafrica si stimano più di 4
milioni di sieropositivi e una donna su quattro è
sieropositiva. Considerata la percentuale di trasmissione verticale
(gravidanza, parto o allattamento), vuol dire che nascono circa
70mila bambini sieropositivi all’anno (200 al giorno).

Il “Progetto Sudafrica” di Lila Cedius (Centro per i diritti umani
e la salute della Lega per la lotta all’Aids – www.lilacedius.it)
vuole ridurre la trasmissione del virus dalla madre al bimbo. Per
farlo bisogna rendere le madri consapevoli, indurle a rivolgersi
alle strutture sanitarie e a non avere paura.

Un’opera di organizzazione, di sostegno alle attività di
ricerca, formazione e prevenzione, che Lila Cedius conduce con
l’associazione sudafricana di donne “Women’s Health Project”. Oggi
l’intervento si concentra nell’area a Nord del distretto di
Sekukhune, un’area tra le più povere con un alto tasso
d’analfabetismo, ma in cui l’infezione è recente e il tasso
di diffusione non è elevato. Ne parliamo con Claudia Sala,
coordinatrice del “Progetto Sudafrica”.

Come procede il progetto?
L’anno scorso abbiamo cominciato con un’indagine nei centri
sanitari intorno all’ospedale di Santa Rita. Ora sta partendo la
fase dedicata alla formazione con l’obiettivo di migliorare la
qualità dei servizi forniti alle partorienti.
Conoscenza e consapevolezza del virus, della malattia, ma anche
attenzione agli atteggiamenti a ciò che pensano le persone.
È importante la percezione dell’Hiv e del rischio, non solo
per le donne, ma per tutta la comunità. Dobbiamo combattere
la condanna sociale, che porta anche all’allontanamento della donna
malata dalla famiglia. Molte giovani scoprono di essere
sieropositive in seguito alla morte dei figli. E se lo scoprono
prima cercano di nasconderlo.

In cosa consiste il trattamento sanitario?
Si deve ridurre al minimo il rischio di contatto del neonato col
sangue della madre al momento del parto.

Sono necessari trattamenti medici con un farmaco non costosissimo
ma molto efficace quando usato con la giusta tempistica, la
nevirapina, e inoltre sono necessari il parto cesareo e
l’allattamento non al seno. Ma i primi dati sul campo ci dicono che
nella zona non c’è acqua potabile. Le donne non possono
portarsi al lavoro o in viaggio il fornellino per bollire l’acqua e
preparare il latte. Allora cosa fanno? Allattano al seno.

L’azione sul campo ti impone di confrontarti con le caratteristiche
del luogo e le carenze sociali.

Il progetto è un intervento in progress…
E tende ad allargare la sua sfera d’azione man mano che incontra
nuove problematiche. Per esempio, un bimbo che riusciamo a far
nascere sano, non sieropositivo, è destinato a essere un
orfano. Perciò oltre alle possibilità di supporto
agli orfani, è necessario favorire la comunicazione nella
famiglia, di modo che i parenti o gli stessi genitori possano
predisporgli un futuro. Un altro esempio. Il governo sudafricano
concede sussidi ai malati per Hiv, ma nessuno lo sa. In un ospedale
locale un’infermiera ci ha raccontato che quando l’hanno
propagandato hanno avuto un’impennata del numero di donne che si
sottoponevano al test, anche solo per il fatto di poter beneficiare
di un pur minimo aiuto economico. È la povertà, il
male più grande. Bisogna associare attività di
prevenzione ad azioni che alleviano la povertà. Se non ci
riusciamo siamo di fronte alla scomparsa di due generazioni. Una
tragedia epocale.

Cosa può fare ognuno di noi?
Aiutare le associazioni. Informarsi di più e scegliere
quelle più vicine alle proprie aspirazioni. Vale la pena
interrogarsi sul perché questi paesi sono così
poveri. Quando nel 2001 esplose la controversia tra le case
farmaceutiche e il Sudafrica per il prezzo dei farmaci anti-Aids
avevamo chiesto al pubblico di non comprare in farmacia i prodotti
da banco delle aziende che avevano trascinato il governo
sudafricano davanti alle corti di Pretoria. Forse a qualcosa
è servito.

Stefano Carnazzi

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