Pratiche magiche a Durban

Le piante medicinali provenienti dalle zone subtropicali del paese si affiancano a pratiche magiche e rituali con l’uso dei cadaveri di animali

L’atmosfera è medievale: ali di pipistrello, scheletri di
babbuino, viscere di impala, pelli di coccodrillo, corna di bufalo,
crani di kudu, sono indispensabili per chi ricorre al medico
zulù.
Le piante medicinali provenienti dalle zone subtropicali del paese
si affiancano a pratiche magiche e rituali con l’uso dei cadaveri
di animali. Questi ultimi, dopo essere stati polverizzati e
bolliti, diventano un tutt’uno con le essenze vegetali.

Un cliente abituale del mercato spiega che sono pochi i neri che
possono permettersi la medicina dei bianchi. L’apartheid non ha
permesso l’accesso alle strutture ospedaliere dei colonizzatori.
Inoltre, per le tribù che vivono in campagna, è
difficile rivolgersi al medico di città e quindi la
tradizione dei guaritori è ancora molto forte.

Il guaritore acquisisce la sua arte dal padre che a sua volta
l’aveva ereditata. La applica secondo una forma che non deve
perdere la sua ritualità. Conosce le virtù delle
piante e degli animali, e a volte può essere specialista di
alcune malattie.
Contrariamente alle consuetudini occidentali, comunica intensamente
col malato e lo coinvolge sul piano psicologico, religioso e
mitico. Nel rispetto dunque di quella forza vitale che nella
cultura africana è alla base di tutte le cose, il malato non
è mai solo deficitario sul piano fisico. La sua è
sempre una malattia che comprende tutto il suo essere. Da qui le
preghiere e i canti.

Nessuno si è lamentato dei risultati di questa pratica
terapeutica. Sono state curate infezioni da morsi di serpente,
bronchiti, rotture di arti.
Come sappiamo molti paesi occidentali hanno ricorso, al di
là dell’aspetto stregonesco, a questa forma di cura. In
tutto il continente africano, ormai, i risultati della medicina
zulù sono confrontati con quelli della medicina bianca. La
speranza è quella di arrivare a una totale interazione delle
due scuole.

L’università del Natal Pietermaritzburg ha già aperto
un Centro di Ricerca delle piante officinali, il centro ha
ufficializzato l’adozione della medicina zulù per alcuni
trattamenti, ad esempio, ormai da tempo, è stato introdotto
anche nella “medicina bianca” l’impiego del tubero della Dioscorea
selvatica a scopo antibatterico. Forse, almeno in Africa, scienza e
natura ricominceranno a fare strada assieme.

Francesca Colosi

 

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