Allarme uranio in Afghanistan

Le prime analisi svolte sulla popolazione civile mostrano livelli notevolmente superiori alla norma di uranio. E questa volta si tratta di uranio, non di uranio impoverito.

E’ passato circa un anno da quando la tempesta di bombe della
“libertà duratura”, circa 12 mila e il 60% delle quali
“intelligenti”, si è abbattuta sull’Afghanistan. Come
già successo nelle precedenti guerre, la verità sul
tipo di armi utilizzate dagli Stati Uniti e dai loro alleati
comincia ad emergere solo ora, quando l’attenzione dell’opinione
pubblica si è spostata su un’altra imminente guerra.

L'”Uranium Medical Research Centre” ha cominciato da poco a fare le
prime analisi. Si tratta di un’organizzazione indipendente non a
scopo di lucro fondata nel 1997 da Asaf Durakovic, esperto di
medicina nucleare e impegnato da anni nel fare chiarezza sugli
effetti dell’uranio impoverito.
Un primo gruppo di ricercatori si è recato in Afghanistan a
giugno di quest’anno, il secondo gruppo a ottobre ed è
tornato da poco; hanno raccolto campioni di schegge, acqua, terra,
e di urina della popolazione civile nelle zone di Jalalabad e
Kabul.
I risultati sono parecchio preoccupanti: nei campioni di urine
analizzati si trovano concentrazioni di isotopi dell’uranio
superiori di 100 volte alla norma.
Secondo il rapporto, “il team di ricercatori è rimasto
scioccato dalla portata dell’impatto dei bombardamenti sulla salute
della popolazione. Senza eccezioni, in ogni località colpita
dai bombardamenti, la gente è ammalata. Una parte
significativa della popolazione presenta sintomi tipici della
contaminazione interna da uranio.”
La presenza di uranio nei campioni analizzati non può essere
giustificata in nessun altro modo se non con le bombe made in Usa.
Non vi sono miniere di uranio in Afghanistan, ne è
plausibile pensare che i Taliban o Al Qaeda fossero in possesso di
quantitativi così alti di uranio e li avessero disseminati
proprio nei luoghi colpiti dai bombardamenti.

L’aspetto ancor più inquietante che sembra emergere dalle
prime analisi è che non si tratta di uranio impoverito ma di
uranio naturale.
Nei soggetti di Jalalabad sottoposti ad analisi è stato
riscontrata una presenza di uranio naturale fino a 20 volte
superiore rispetto alla norma.
Si tratta di valori notevolmente diversi da quelli riscontrati nei
veterani della guerra del Golfo, che invece erano stati esposti a
uranio impoverito (in quel caso si trattava prevalentemente di
proiettili).
Ciò farebbe supporre che in Afghanistan gli Stati Uniti
abbiano utilizzato un tipo nuovo di testate per le loro bombe,
contenenti uranio naturale e non uranio impoverito.

L’uranio naturale è composto da tre isotopi radioattivi e
viene artificialmente arricchito per essere poi utilizzato nei
reattori nucleari. Lo scarto di questo processo di arricchimento
è appunto l’uranio impoverito, che contiene poco meno della
metà dell’isotopo U235 presente nell’uranio naturale. Di
conseguenza l’uranio impoverito è radioattivo circa la
metà di quello naturale.

Non è chiaro il motivo per cui gli Stati Uniti avrebbero
impiegato uranio naturale e non impoverito per le proprie bombe; la
capacità di penetrazione resta praticamente identica,
l’unico cambiamento significativo è la radioattività
diffusa nell’ambiente, che va appunto a colpire principalmente la
popolazione civile. Potrebbe anche essere che in realtà gli
USA vogliono nascondere la contaminazione provocata dai loro
bombardamenti spacciandola come contaminazione da uranio naturale
presente già da prima della guerra.
Le analisi sono comunque ancora in corso ed i campioni analizzati
potrebbero non essere sufficienti a chiarire la reale
situazione.

Intanto resta da chiedersi se, come successo in passato,
bisognerà aspettare che un evento tragico colpisca alcuni
nostri connazionali prima che i responsabili politici e i militari
italiani dedichino attenzione agli effetti collaterali della
“guerra umanitaria” in Afghanistan.
350 soldati italiani sono a Kabul per conto dell’ISAF
(International Security Assistance Force), un migliaio di alpini
andrà in Afghanistan a marzo dell’anno prossimo. E numerosi
volontari di varie organizzazioni sono operativi da tempo in
Afghanistan, esponendosi in prima fila per assistere la popolazione
che vive nei luoghi bombardati l’anno scorso.

Sono stati informati sui possibili rischi? Sanno che precauzioni
prendere?
E la popolazione civile, chi la informa, chi se ne cura?
L’uranio non ha fretta, conta di restare lì per i prossimi
700 milioni di anni.
Noi invece sì che abbiamo fretta, anche di fermare i
criminali che hanno deciso e organizzato questa guerra.

Francesco Iannuzzelli
Associazione PeaceLink – Sez. Disarmo

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