Ambiente sonoro e nuove tecnologie

Il lavoro di Francesco Michi, filosofo, compositore e musicista, nasce da un’attenta riflessione sul rapporto uomo-ambiente-arte-tecnologia. Tutte le sue opere sono impostate sui criteri dell’ecologia e del design acustico.

Il tuo lavoro si ispira alla dimensione ecologica del suono,
studiata e introdotta per la prima volta da R. Murray Schafer nel
suo libro più famoso “Il paesaggio sonoro”. Partendo dalla
tua esperienza, come hai elaborato il pensiero di Shafer e in che
modo i tuoi lavori rappresentano il concetto di ecologia
acustica?

Quello di Schaefer è un campo di ricerca complesso,
interdisciplinare, il cui scopo è spiegare l’importanza del
parametro acustico nel mondo circostante, nella produzione di
quella che chiamiamo musica. Spiega la necessità di
considerare musica l’ambiente sonoro nel quale viviamo. Schaefer
esorta a considerare il mondo come una composizione della quale
siamo allo stesso tempo autori, esecutori e fruitori. L’aspetto che
mi ha più profondamente colpito nel pensiero di Schaefer
è quello della responsabilità: il suono non è
un accidente legato agli oggetti della nostra quotidianità,
ma è un fattore importante ed interessante della nostra
vita. Il ricorso al nostro senso estetico, per quanto riguarda il
suono, sembra relegato alla fruizione della musica, e questo
è culturalmente riduttivo. Inoltre, la musica diventa la
colonna sonora della nostra vita, soffocando il suono della
realtà. L’unica attenzione concessa ai suoni del mondo
è quello di trovare il modo di isolarsene, vuoi attraverso
strati di materiali isolanti, vuoi attraverso barriere di suono. La
produzione della musica è considerata una sorta di
inquinamento acustico, è difficile specificare come, ma
c’è spreco. I prodotti musicali realizzati per la vita di
tutti i giorni vengono usati e poi gettati via, proprio come si fa
con le bottiglie di plastica o gli accendini.
Per me, dunque, è stato necessario smettere di comporre nel
senso classico (quindi di alimentare una sorta di inquinamento
musicale), per dedicarmi alla progettazione di lavori artistici che
diano strumenti cognitivi che permettano di applicare il nostro
senso estetico alla fruizione del suono che ci circonda, affinare
la nostra percezione e ad imparare a scegliere. Questo comporta, da
parte del compositore, un’ attenta coscienza della situazione
acustica nella quale il suo lavoro verrà poi presentato e
fruito.

Nell’introdurre il concetto di ecologia acustica, il musicista
Claude Schryer scrive che in risposta alla crescente crisi
ecologica mondiale ha cominciato ad impegnarsi nel movimento
ambientalista, focalizzando l’attenzione di musicista sulla
qualità sonora dell’ambiente in cui viviamo. Credi che il
percorso di Schryer sia una tappa obbligata per tutti coloro che si
interessano di ecologia acustica?

Non saprei dire. Personalmente sono legato ad una accezione che
dà al termine ecologia acustica il significato più
asettico di studio delle relazioni fra il suono e l’ambiente. Va da
sé che poi la scelta etica diventa quasi obbligatoria.
Intendo dire che quella dell’impegno ambientalista non è una
tappa necessaria, ma molto spesso chi studia le relazioni
suono-ambiente inizia, prima o poi, ad impegnarsi affinchè
il nostro mondo sonoro risulti migliore e più
intelligibile.

In che modo un designer acustico può aiutarci a
definire la nostra relazione con l’ambiente e ristabilire una
significativa cultura uditiva?
L’attività di
designer dispone e modella le cose, in questo caso i suoni
nell’ambiente. Ci sono molti modi di svolgere questa
attività. Se volessi progettare un giardino nel quale decido
che si debba sentire il canto degli uccelli, posso operare sia
trasmettendo il canto degli uccelli registrato o sintetizzato o
suggerito in qualche modo meno convenzionale, oppure, così
come scrive Schaefer, piantando alberi che facciano frutti di cui
gli uccelli siano golosi, o preparando per loro un nido, in modo
che questi comincino a visitare e ad abitare il mio giardino. Ecco,
in questo secondo caso il designer acustico può veramente
aiutarci a riprendere in mano la nostra cultura uditiva, che
è fatta non solo di suoni, ma di significati, ritmi e cause.
Esiste poi ancora un modo di fare design acustico, che è
quello di compiere azioni o produrre oggetti che aiutino a farci
scoprire l’esistenza importante di un aspetto sonoro del mondo in
cui viviamo e nelle azioni che compiamo quotidianamente. Questo
è il modo di essere designer acustico che prediligo.

Il tuo ultimo lavoro, tuttora in progress, si chiama THEBIGEAR
(grande orecchio). Può esere definito come una immaginary
soundscape composition, in cui chiunque si costituisce al tempo
stesso come luogo creativo/emozionale, luogo di sensibilità
e luogo critico. Puoi spiegare di cosa si tratta?

Nasce dall’idea di una chat dove ogni partecipante può
raccontare, durante il tempo di connessione, ciò che ascolta
in quel preciso momento. La comunicazione verbale viene sviluppata
durante il collegamento, canalizzata cioè nella
comunicazione di una esperienza acustica mediata dalla parola e
dalla narrazione. Un modo per ripensare alla poesia e alla
necessità di una comunicazione che passi attraverso il
suono. Il progetto THEBIGEAR è in primo luogo legato alla
narrazione, ma non in senso letterario; certo, la forma è
letteraria ma la sostanza è musicale in quanto colui che
legge i testi di THEBIGEAR si adopererà per ricreare una
situazione acustica e in qualche modo di esperirla tramite la
descrizione altrui.

Chi sono i fruitori del tuo progetto e qual è la sua
finalità?

Può esserlo chiunque. THEBIGEAR è inteso come
creazione di una comunità virtuale che decide di mettere in
share le proprie esperienze acustiche. I fruitori sono gli stessi
partecipanti che si collegano via internet con il sito web dietro
mio invito o quello di altri partecipanti, oppure trovandolo su
qualche altro sito o rivista. Quindi, a colui che entra in chat
verrà chiesto di descrivere i suoni che sente in quel
momento dalla sua postazione, magari di commentarli, usando anche
emozioni, ricordi o altro ancora. Il testo appena trasmesso va
automaticamente ad inserirsi nel panorama acustico immaginario che
è il risultato di THEBIGEAR. E’ molto semplice.

Maurizio Torretti

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