ANSIA E ARTE: l’ inquietudine dell’ artista

La produzione artistica assume la figura dell’ ossessione, uno spasmodico desiderio di immortalità accanto alla perfezione nell’arte.

L’ arte è una forma di conoscenza, una comprensione della realtà diversa dalle scienze “forti”, ma, forse, più ricca, perché capace di entrare in quelle pieghe dell’ esistenza che sfuggono ad una indagine prevalentemente tecnico – scientifica. Questo non comporta ,chiaramente, uno svilimento delle scienze o fobie esistenziali nei confronti delle matematiche, bensì una diversa modalità di rapportarsi al vivere.

L’ artista comunica per simboli e immagini, ardite impennate dell’ anima e sguardi “abissali” sul mondo. Non segue i sentieri lineari della ragione, il consolidato terreno delle rassicuranti geometrie, esplora, invece, nuovi linguaggi, crea, quasi come un “secondo Dio”, nuovi mondi. Il poeta, quando compone, diceva Platone, è come “invasato”, è posseduto da “divina mania”.

Questo “invasamento”, nella nostra prospettiva, ha un significato positivo, proprio perché indica in modo dir poco esemplare la continua oscillazione dell’ artista tra tormento ed entusiasmo. Il tormento abita l’ artista, in quanto fatica ad essere appagato della sua opera. Sa che in essa deve riprodurre un messaggio universale, sa che i suoi dipinti, le sue figure poetiche, le sue sculture non sono voci particolari, di un momento, ma sono espressioni eterne. Da qui la sua continua ansia, la sua inquietudine, la sua tensione alla perfezione ideale! Ecco, allora, che quando l’ opera è stata perfezionata, l’ artista, quasi come un fanciullo, sovrabbonda di entusiasmo: è, – in questo consiste l’ esatto significato di entusiasmo – abitato dagli dei, dei quali comunica agli uomini la voce universale.

L’ “Estasi di S. Cecilia” di Raffaello, per esempio, non è stata dipinta per l’ oggi, ma per il sempre: come tutte le produzioni artistiche si nutre, quindi, di un’ ansia tale, che rende facilmente comprensibile come ogni artista, quando crea, sia dimentico di tutto ciò che lo circonda. Come diceva Rilke: “Voglio raggomitolarmi su me stesso, ritirarmi dalle occupazioni effimere”.

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