Antropologia dell’uso dei sogni

Dagli aborigeni malesi Senoi agli indiani Iroquois. In numerose culture cosiddette primitive il sogno ha un valore sacro.

Antropologi e psicologi hanno studiato in modo approfondito la
sofisticata cultura onirica dei Senoi, aborigeni della giungla
malese. Sin dall’infanzia essi venivano addestrati ad affrontare
con coraggio il pericolo nei sogni, senza sfuggire o svegliarsi.
Anche le sensazioni positive non andavano temute, ma godute
pienamente: il sognatore era incoraggiato a dirigersi verso le
esperienze d’amore dei sogni erotici e ad apprezzarle profondamente
sino a raggiungere l’orgasmo. Ogni personaggio del sogno era
considerato una parte di chi sogna, da avvicinare, conoscere,
amare, integrare.

Spesso veniva suggerito di chiedere un dono all’amante, o anche ai
nemici vinti. Inoltre bisognava cercare di dare sempre un lieto
fine ai sogni. L’esperienza onirica consente l’onnipotenza: se si
sta precipitando, si può farsi spuntare un paio di ali, o
atterrare su un morbido pagliaio in cui è nascosto un
dono… Basta ricordarsi che si può fare tutto! Anche se
fatto appena svegli, questo esercizio è un ottimo
allenamento a fare analoghe luminose inversioni (almeno a livello
psicologico) nella vita reale.

Per gli indiani Iroquois il sogno era un fatto da condividere con
la comunità. Essi credevano che attraverso i sogni l’anima
esprimesse in forma mascherata, i suoi innati desideri, e qualora
questi non fossero stati capiti e soddisfatti, essa si sarebbe
vendicata con malattie o addirittura con la morte. Per comprendere
il desiderio espresso nel sogno si utilizzavano delle libere
associazioni o si chedeva l’aiuto di un chiaroveggente. Poi si
passava alla rappresentazione simbolica o più spesso
letterale del desiderio, con la partecipazione di tutta la
comunità, che faceva in modo che il sogno si avverasse.

Tutte queste culture sono state ora quasi spazzate via dalle
invasioni. Ma l’Occidente le scopre con interesse, alcune tecniche
psicoterapeutiche riecheggiano analoghi spunti: la mancanza di un
contatto col nostro mondo interiore simbolico ci fa soffrire.

Olga Chiaia
Psicologa Psicoterapeuta

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