Aprire il cuore

L’uguaglianza è il primo passo nel coltivare la compassione: renderci conto che siamo esattamente uguali agli altri nella ricerca della felicità, crea le condizioni per l’apertura del nostro cuore.

Il primo passo nel coltivare la compassione è contemplare
le persone che conosciamo, iniziando con le persone estranee, poi
gli amici e, gradualmente, con i nemici. Riconosciamo che “Proprio
come io voglio la
felicità
e non voglio la sofferenza,
così questa persona vuole la felicità e non vuole la
sofferenza”.

Questa meditazione preparatoria si chiama di equanimità o
imparzialità. È importante rilevare l’uguaglianza tra
noi stessi e gli altri. Non è sufficiente pensare in modo
superficiale “Così come io voglio la felicità e non
voglio la sofferenza, questa persona vuole la felicità e non
vuole la sofferenza”. Una simile modalità non ci avvicina al
fatto che esiste un’uguaglianza tra una persona e un’altra.

È necessario meditare in modo specifico, persona dopo
persona. Occorre tempo e anche un certo senso dell’umorismo, un
divertimento nel rendersi conto di come possa essere un processo
difficile. “Così come io voglio la felicità e non
voglio la sofferenza, questa donna che siede accanto a me in aereo
vuole la felicità e non vuole la sofferenza”, la donna che
mi ha svegliato! Esaminate tutte le persone sull’aereo, una dopo
l’altra: il pilota vuole la felicità e non vuole la
sofferenza… le persone al lavoro e che non conoscete veramente,
le persone in farmacia… è impressionante riconoscere la loro
umanità
.

Più coltivate questa attitudine, più potrà
diventare emozionante e sorprendente anche nei confronti degli
sconosciuti: “Tutte queste persone vogliono la felicità e
non vogliono la sofferenza? Tutte queste persone nella
strada?”.

Meditate ovunque voi
siate
. Tutte le persone, questa specifica persona,
quell’altra persona, vogliono la felicità, eccetera.
Attenzione: è facile trasformare in mere parole delle
emozioni altamente evocative, tuttavia continuate a ripetervi il
messaggio “Così come io voglio la felicità e non
voglio la sofferenza, Francis vuole la felicità e non vuole
la sofferenza. Il mio vicino, Bruce, vuole la felicità e non
vuole la sofferenza” e così via.

Non evitate di riflettere sugli
estranei
. “Questa persona che spinge in basso l’asta
della bilancia vuole la felicità e non vuole la sofferenza”.
È interessante! “Quel ragazzo che si appoggia alla finestra
della palestra vuole la felicità, non vuole la sofferenza”.
Abituarsi a questo processo e attraversarne ripetutamente
l’emozione è appassionante e trasformativo. Non è per
niente scontato.

Soltanto dopo aver sperimentato l’uguaglianza con alcune persone
sconosciute e poi con gli amici, rivolgete la pratica ai
nemici
. Non cominciate subito con il vostro peggior
nemico, tipo “Così come io voglio la felicità e non
voglio la sofferenza, così quell’ignorante, quel figlio di
puttana vuole la felicità e non vuole la sofferenza”.
Sentite la resistenza… no, no, no! […] Solo quando abbiamo
coltivato la comprensione [dell’uguaglianza] verso gli amici e gli
sconosciuti, sperimentato l’emozione di scoprire una così
forte vicinanza, allora potremo dedicarci a svilupparla con i
nemici minori e infine con i più grandi. […]

Comprendere che tutti noi vogliamo la felicità e non
vogliamo la sofferenza è la base
dell’amore
, della compassione e della gentilezza.
Questi esercizi fanno appello al sentire, al cuore, non ad astratti
principi o a concetti legalisti di giustizia. E non si tratta
nemmeno di richiamarsi al fatto che “Buddha ha detto così”.
Desiderare la felicità e non volere la sofferenza è
una semplice caratteristica della nostra natura e non c’è
bisogno di altre convalide.

Dal punto di vista buddhista, non c’è nessun altro, nessun
altro essere che ci abbia costruito questa strada – desiderare la
felicità e non volere la sofferenza – che è, invece,
il nostro modo d’essere. Il fuoco è caldo e brucia, questo
è il modo d’essere del fuoco. Chi lo ha fatto così?
È il suo modo d’essere. Noi la definiamo ‘una ragione
naturale’. È la natura delle cose.

È un fatto insito nella nostra natura volere la
felicità e non volere la sofferenza. Per questo motivo i
buddhisti non chiedono di rinunciare alla ricerca della
felicità, ma suggeriscono di diventare più
intelligenti
sul modo di ottenerla.

Jeffrey
Hopkins

Tratto da Siddhi,
periodico di Buddismo Mahayana;
www.iltk.it
Per gentile concessione
dell’autore.

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