Bigger than hip hop. Storie della resistenza afroamericana

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In “Bigger than hip hop” l’autore U.net ricostruisce l’intero
panorama del fenomeno, dalla nascita nel Bronx (New York) nella
seconda metà degli anni ’70 fino alle recenti evoluzioni,
non prive di contraddizioni.

Ad esempio, perché l’industria discografica ne ha
enfatizzato solamente i tratti più superficiali e violenti?
Prima di tutto per assecondare il mercato, visto che il successo
planetario del genere è arrivato a metà degli anni
’90, con il cosiddetto gangsta rap. E poi perché la cultura
mainstream ha preferito esaltare le figure del rapper killer e
della donna-oggetto, a scapito dei valori originari che potevano
portare a una vera emancipazione sociale.

La storia e la poetica dell’hip hop diventano, così, una
“lente di ingrandimento” per leggere le trasformazioni dell’America
negli ultimi tre decenni: lo smantellamento dello stato sociale,
l’aumento vertiginoso della disoccupazione, l’introduzione della
droga nei ghetti, l’inasprimento delle leggi carcerarie. Processi
che hanno determinato in modo irreversibile le condizioni di vita
nei sobborghi metropolitani e che sono tutt’ora in atto nelle
periferie di tutto il mondo, non solo negli USA.

Forse è proprio per questo che l’hip hop, nonostante
fosse un fenomeno quasi di quartiere, si è diffuso a livello
globale in pochi anni: ha rappresentato la risposta creativa della
comunità nera a uno status quo imposto.

Ma, ovunque sia arrivato, ha saputo rinnovarsi in forme
originali, finendo per influenzare profondamente ogni aspetto della
catena comunicativa, dalla musica alla lingua, dalla moda all’arte
contemporanea.

Olimpia
Ellero

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