La biodiversità in 5 punti

In occasione della Giornata mondiale della biodiversità facciamo il punto sullo stato di salute delle altre specie che condividono con noi il pianeta.

Ogni anno il 22 maggio è il pretesto per prendere in esame
il nostro impatto sulle altre specie che popolano la Terra. Il
focus della Giornata mondiale della biodiversità di
quest’anno è l’acqua come prerequisito per la salute umana e
il benessere e la conservazione dell’ambiente. Il tema scelto
coincide con la decisione delle Nazioni Unite di dedicare il 2013 alla cooperazione nel settore
idrico
. L’acqua è sinonimo di vita. Garantirne l’accesso
a tutte le persone che abitano la Terra è già
riconosciuto come la sfida principale in molte regioni e
rappresenta il il punto di partenza per il raggiungimento di uno
sviluppo davvero sostenibile. Secondo il Wwf, negli ultimi 40 anni
la capacità degli ecosistemi di acqua dolce di rigenerarsi
è diminuita del 37 per cento, con una riduzione addirittura
del 70 per cento nelle zone tropicali. L’impatto su mari, fiumi e
zone costiere è in costante aumento ed è destinato a
provocare danni sempre più ingenti. Ma la vita in acqua,
tuttavia, non è l’unica preoccupazione. Vediamo cosa
succede, in cinque punti.

1 – Cosa succede a livello mondiale?

Più in generale, la situazione delle specie animali e
vegetali del pianeta non è delle più rosee. Lo stesso
rapporto Wwf segnala che dal 1970 ad oggi è andato perso il
30 per cento della biodiversità mondiale, con punte del 60
per cento nelle zone tropicali. Studi che risalgono al 2011,
inoltre, come quello svolto all’Università della California
e pubblicato nel marzo dello scorso anno sulla rivista Nature,
affermano che il tasso di perdita di biodiversità attuale ci
fa pensare di essere alle porte della sesta grande estinzione di
massa.

Confrontando i dati di oggi con quelli delle ultime 5
estinzioni (compresa quella dei dinosauri…) avvenute negli ultimi
540 milioni di anni, la ricerca californiana ipotizza che, se la
situazione non cambierà, tra un minimo di 300 e un massimo
di 2200 anni ci troveremo effettivamente ad affrontare l’estinzione
della maggior parte degli animali e delle piante del pianeta.

 

2 – Perché perdiamo
biodiversità?

I motivi di tutto questo sono da ricercare principalmente
nelle attività antropiche o dovute all’uomo: incendi e
distruzione sistematica delle foreste, inquinamento dell’aria e
dell’acqua, impennata dei consumi, erosione delle coste.
Quest’ultima, ad esempio, annovera tra le sue cause la perdita di
praterie di Posidonia, pianta acquatica molto comune nel
Mediterraneo e fondamentale per la protezione dei litorali. Uno
studio recente pubblicato su Nature Climate Change prevede la
perdita del 90 per cento di questa specie entro il 2053 per
l’innalzamento della temperatura dei mari.

 

3 – Natura e cultura

Tutelare la biodiversità non vuol dire solo avere cura
di animali in via d’estinzione o di aree verdi ancora inesplorate
che potrebbero nascondere piante officinali utili alla cura di
molte malattie; significa anche preservare i gruppi etnici
più fragili, come i popoli indigeni, con una loro propria
cultura e storia, che rischiano di sparire nel nulla a causa della
deforestazione. I due fattori sono fortemente correlati: ad
affermarlo è una ricerca della Penn State University, che ha
esaminato la biodiversità di 35 punti sensibili (hot spots)
mondiali. Pur comprendendo solo il 2,3 per cento della superficie
della Terra, questi punti caldi ospitano più di metà
delle piante vascolari, il 43 per cento dei vertebrati conosciuti e
registrano la presenza di 3202 diversi linguaggi, quasi metà
di tutti quelli parlati sul pianeta, la maggior parte dei quali
conosciuti da piccolissimi nuclei di persone. Secondo lo studio, la
perdita di questi gruppi linguistici influenzerebbe anche la
perdita di piante e animali e viceversa.

 

4 – Cose da fare da qui al 2020

Dopo il sostanziale fallimento di Nagoya e del Countdown 2010,
in cui i governi avrebbero dovuto presentare risultati concreti
inerenti alla salvaguardia della biodiversità mondiale e
sancire una battuta d’arresto della perdita di ecosistemi, tutte le
azioni e le speranze sono state prorogate di una decade. Si attende
dunque la conferenza di Aichi (in Giappone) del 2020 per verificare
che siano state prese le misure necessarie di tutela. Gli obiettivi
da raggiungere sono cinque: affrontare le cause alla base della
perdita di biodiversità facendo rientrare l’argomento nelle
scelte politiche dei governi; ridurre le pressioni dirette sulla
biodiversità e promuovere l’uso sostenibile delle risorse;
migliorare lo status degli ecosistemi, delle specie e della
diversità genetica del pianeta; garantire a tutti i benefici
derivanti dalla biodiversità; promuovere azioni di tutela
attraverso la progettazione partecipata, la gestione delle
conoscenze e lo sviluppo di capacità.

 

5 – Rio+20 e nuovi strumenti per la
tutela

La conferenza di
Rio+20
è stata il pretesto per presentare nuovi e
più efficienti strumenti per la tutela delle specie animali
e vegetali della Terra e rispettare gli obiettivi di Aichi. Uno per
tutti è Ipbes, il “fratello minore” dell’Ipcc, la piattaforma
intergovernativa sui cambiamenti climatici. Questa nuova
piattaforma (Intergovernmental Science-Policy Platform on
Biodiversity and Ecosystem Services) si propone come anello di
congiunzione tra scienza e politica in tema di biodiversità
e servizi degli ecosistemi. In pratica, questo strumento serve per
raccogliere i dati delle ricerche svolte in tutti i Paesi del
mondo, confrontarli e consentire ai governi di adottare azioni
mirate di tutela e conservazione.

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