Birmania Day

Un fiocco o una maglietta rossa per offrire la propria solidariet

Libertà di parola, di pensiero, di espressione. Noi le
diamo per scontate, per acquisite, ma al popolo birmano non
è concesso, ormai soggetto, da più di 40 anni, ad una
logorante dittatura.

Quello che sta succedendo in questi giorni, anche se in un
lontano paese, è sulla bocca di tutta l’opinione pubblica,
grazie anche al potere della rete.

Sono giorni che, per le strade delle maggiori città dell’ex
Birmania, dalla capitale Yangon, alla seconda città
più grande, Mandalay, così come a Meiktila, a Pakokku
e a Mogok, centinaia di monaci, votati per scelta di vita alla non
violenza, manifestano pacificamente contro la dittatura
militare.
E da un po’ di giorni si è unita pure la gente comune.

Ma le manifestazioni erano iniziate già quest’estate,
quando l’ultimo aumento dei costi dovuti all’inflazione, ha tolto
le forze alla popolazione.

Ad aver reagito per primi, sono inizialmente stati gli abitanti
di alcuni villaggi, all’annuncio dell’ennesimo, brusco aumento del
prezzo del carburante (raddoppiata la benzina, quintuplicato il gas
naturale).

Il biglietto del bus che li trasportava al lavoro è
triplicato e andare in fabbrica è diventato un lusso. La
corrente elettrica manca un giorno sì e uno no.

Pensando che uno stipendio medio non arriva a 20 euro al mese,
si capisce come la popolazione sia allo stremo.

La repressione in questi ultimi giorni ha raggiunto livelli
drammatici, nonostante la censura e il blocco dell’informazione non
faccia conoscere effettivamente quante persone siano state
arrestate, ferite o uccise.

La mobilitazione è mondiale e, dall’Onu ad Amnesty
International, si stanno organizzando sit-in, presidi e veglie in
favore della comunità buddista e della popolazione
birmana.

Rudi
Bressa

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