Brad Mehldau – Live In Marciac

Il pianista americano regala un’ispirata solo performance al festival francese di Marciac con l’album “Live in Marciac”.

Risale alla primavera scorsa la pubblicazione di Highway Rider,
ambizioso progetto per quintetto jazz e orchestra ad archi dove
Brad Mehldau dava libero sfogo al suo amore per la musica colta
europea dell’Ottocento, tornando a collaborare con il produttore
Jon Brion. A qualche mese dal disco citato e a poche settimane dal
più recente Love Songs (album semiclassico con Anne Sofie
von Otter, il mezzosoprano svedese noto tra l’altro per il
sodalizio con Elvis Costello), il musicista di Jacksonville si
ripresenta con Live In Marciac, un lavoro agli antipodi dei precedenti.

Live In Marciac, registrato l’estate scorsa in occasione
dell’omonimo festival francese, è la seconda incisione in
solitaria per il pianista dopo quella dal vivo a Tokyo (Nonesuch,
2004), o meglio la terza considerando Elegiac Cycle, un cd in
studio del 1999 per la Warner. Nei 14 brani di questo doppio (il
pacco-dono comprende pure un dvd, che ripropone la medesima
scaletta con una sola esclusione) ritorna il Mehldau più
amato dai fan della prima ora: ovvero l’improvvisatore istintivo e
geniale; il jazzista lirico in grado di stupire con sequenze sonore
a spirale alternate a scarti repentini; l’esploratore sensitivo
delle belle melodie. Il repertorio, come spesso accade nei suoi
concerti, è un equilibrato mix di ingredienti. Vi si
ascoltano, per esempio, originali quali Unrequited, sognante
composizione apparsa originariamente nel 1998 in Songs. The Art Of
Trio, Vol. III e utilizzata poi anche nel primo capitolo della
collaborazione discografica con Pat Metheny; ballate seducenti come
Secret Love, dove in alcuni passaggi pare materializzarsi il
fantasma di Keith Jarrett; e gli omaggi al grande canzoniere
americano di Cole Porter (It’s All Right With Me) e Rogers e
Hammerstein (bellissima My Favorite Things, che fu il cavallo di
battaglia di una vita per John Coltrane). Il tutto con le consuete
e fascinose incursioni pop-rock, dagli amatissimi Nick Drake e
Radiohead (Exit Music) fino ai Nirvana e ai Beatles di Martha My
Dear.

Il secondo cd si conclude poi con la sorprendente ripresa di Dat
Dere, tema church scritto all’inizio degli anni 60 da Bobby Timmons
per i Jazz Messengers di Art Blakey. E qui Mehldau rievoca il suo
periodo giovanile nel quartetto di Joshua Redman, quando aveva un
modo di suonare più “nero”. In sintesi: Live In Marciac
vince largamente il confronto con i precedenti cd solitari di
Mehldau, talvolta appesantiti da eccessi intellettualistici. Da
poco quarantenne, oggi il pianista sta vivendo una straordinaria
maturità artistica, preludio ad altri, splendidi
risultati.

Ivo Franchi

 

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