Bye bye Africa. Un film dal Ciad

Un film interessante,che ci mostra un mondo a noi lontano. Ma con il quale è oggi impossibile non confrontasi.

Il cinema, infatti, parla sovente di sé stesso, si
autocita, racconta i suoi meccanismi economici o socio politici. In
questo caso, comunque, il discorso è interessante, e
più particolare. Infatti, sarà proprio quanto girato
come prova di un film a divenire film.

Il discorso sul Cinema e sui pochi mezzi per fare Cinema nel
Ciad sono chiaramente in evidenza. I Cinema che chiudono, e sono
ormai ridotti a macerie, i protezionisti che rimangono senza
lavoro, la nostalgia per fasti maggiori e migliori tempi, il
tentativo di continuare nonostante le difficoltà, sono
elementi sempre presenti in quanto vediamo sullo schermo.

La passione, come dicevo, è un tema forte: vediamo il
nipote del regista, che sogna di poter riprendere, e ruba per
questo motivo ripetutamente la sua videocamera. Il premio finale
sarà il suo regalo da parte dello zio, con la promessa della
spedizione di un video al mese.

La passione, ma anche la non voglia di essere ripresi, la
riservatezza e la discrezione. E qui, forse, la tematica è
un pretesto per agganciare un discorso sulle credenze e sulle
tradizioni, in cui, sovente, quanto si crede è così
forte da superare l’osservazione oggettiva. È il caso
dell’amica del regista, la quale viene creduta malata di Aids ed
evitata per avere girato un film in cui la sua parte era
questa.

Un modo, forse, per dire che ci si rifugia nella finzione per
cercare di fuggire la realtà. Per dire che, anche in mezzo
ad una situazione di desolazione, dove la benzina costa moltissimo,
e dove tutto sembra sgretolarsi (fisicamente ma anche umanamente),
sognare è l’unico modo per ancorarsi ad una realtà
fittizia, ma sperabilmente migliore.

Anche il caso del proiezionista che cerca di far fortuna
altrove, sognando l’America, dimostra con chiarezza che il sogno
è una costante di chi immagina che, al di fuori di
ciò che si vive, possa esistere un qualcosa di migliore, o
anche solo un qualcosa in cui la vita (degna di essere chiamata con
questo nome) sia possibile.

Lo sguardo del regista protagonista, in questo caso, è
molto diretto, e anche molto crudo. Nel suo stile documentaristico
egli non lascia nessuno spazio al dubbio, ma ci mette di fronte
alla realtà per quella che è davvero. Infatti, pur
non mancando gli spazi lirici, il film è estremamente
diretto e, a tratti, crudo nel suo non voler necessariamente essere
duro. Ma, forse proprio per questo non palesare durezza, riesce a
mostrarla in modo molto chiaro.

Un film interessante,che ci mostra un mondo a noi lontano. Ma
con il quale è oggi impossibile non confrontasi. Le distanze
sempre minori, nel mondo, impongono di sentire sempre di più
i problemi di un luogo come i problemi di tutti. Una posizione che,
comunque, oggi non può non apparire chiara, e verosimilmente
l’unica possibile per un futuro positivo del nostro pianeta.

Sergio Ragaini

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