Omeopatia

Bioetica mette l’omeopatia alla gogna

Brucia l’omeopatia in piazza. Il Comitato Nazionale di Bioetica la vuole disonorata e fuori dall’università Perché tollerare il buon omeopata?

Brucia l’omeopatia in piazza. Il Comitato Nazionale di Bioetica la vuole disonorata e fuori dall’università. E promette che ancora non basta: allora si brucino i libri.

Perché tollerare il buon omeopata?
Il pluralismo scientifico, a detta del Comitato di Bioetica, è discutibile e va rigettato. Lo stesso pluralismo, a detta di Giordano Bruno, non è un ostacolo ma una ricchezza e la tolleranza è il maggior bene. Tollerare significa percepire i limiti del proprio punto di vista e la complessa scienza medica è piena di limiti. Se le risposte fossero tutte a disposizione a poco servirebbero gli omeopati e per a i Comitati di Bioetica. Peccato però per il fraintendimento visto che le due parti non avevano contenziosi, anzi lo stesso punto di partenza: l’uomo, per l’appunto, questo sconosciuto. Tutta vera la storia dell’albero e del bosco perché agli  omeopati piacciono le persone e poco lo standard medio statistico della popolazione generale. Questo accanimento a voler ascoltare il paziente è verbo di Hahnemann, il capostipite dell’omeopatia: “il medico guarda, ascolta, in una parola osserva, con tutti i suoi sensi, cosa vi sia di mutato e di straordinario in
questo paziente”. Proprio così, il “medico”, non un improvvisato guaritore. Il titolo di omeopata è aggiuntivo e non trasforma il medico in un ciarlatano.

Perché un medico diventa omeopata?
Perché quanto sa non gli basta. Compilare ricette in risposta a un sintomo non gli è più sufficiente e desidera invece interpretare “lo straordinario in questo paziente”, accoglierne il racconto, prescrivere un rimedio adatto a quella persona, non a quella cefalea. Dov’è il guaio? Il guaio, dice il Comitato, è che non si sa perché l’omeopatia funzioni e i dieci milioni di italiani, gran parte bambini, che la utilizzano con successo dovrebbero essere messi al sicuro dai granuli non scientificamente validati. E le migliaia di medici omeopati italiani farebbero meglio a prescrivere aspirina per la cefalea, efficace dalla notte dei tempi, da sempre accettata anche in assenza di prove del meccanismo d’azione. Due pesi e due misure? Nossignori. Dimostrino gli omeopati quanto vale la farina del loro sacco come l’aspirina, abusata anche quando oscura, ha dovuto fare. Ma lo facciano di nascosto, fuori dal diritto di studio universitario, fuori dai corsi di formazione, fuori dagli ospedali, fuori dalle ASL, fuori dai livelli essenziali di assistenza, fuori dalle società medico scientifiche, fuori dai rimborsi al cittadino, fuori da ogni finanziamento. Questa è la “posizione coraggiosa” che il Comitato Nazionale di Bioetica dice di aver preso. E questo coraggio ha voluto impegnarlo contro i medicinali omeopatici che fuori legge non sono perché riconosciuti dallo stato italiano e contro 10 milioni di cittadini che come ogni altro cittadino proprio in quel Comitato riponevano la loro fiducia.

La SIOMI (Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata) accoglie fra i suoi medici omeopati molti primari ospedalieri, professori universitari, medici di base e specialisti del sistema sanitario nazionale. Ed è con orgoglio una Società Medico Scientifica di Medicina Complementare, dove complementare significa “in alleanza” e “in sinergia” con la medicina classica, conosciuta e amata. “La complessità in Medicina” è stato il titolo emblematico del suo ultimo convegno nazionale, a ribadire, fra docenti di pregio di accademie
mediche europee, che fare il medico non è solo questione scientifica, ma morale soprattutto. E se è morale è complessa. Il successo terapeutico di un reagente in provetta non è quello sondato sul malato, non è semplice, non c’è un’unica strada. Le strade sono tante per tanti malati, e i malati sono persone così come i medici, impegnati entrambi verso la guarigione. L’oggettività scientifica non è l’unico ingrediente e da sola non basta. Il medico che sceglie l’omeopatia lo accetta, perché i bioetici vogliono scordarselo? Perché proprio i saggi bioetici che dovrebbero privilegiare uno sguardo a misura dell’individuo e il diritto dell’uomo ad essere misura di ogni cosa? Ostracizzare l’omeopatia dalle ASL significa garantirla solo a chi può pagarsela, e questa cosa si chiama taglio di censo, che proprio etico non è. Le prove scientifiche e oggettive del funzionamento dell’omeopatia ci sono e sono autorevoli. Invece di bruciare i libri occorrerebbe leggerli. Le riviste sono accreditate, le meta analisi sono apparse su Lancet e sul British Medical Journal, i risultati sono buoni: l’omeopatia non è placebo e il suo successo è statisticamente rilevabile. Che si possa far di più è certo, con quali risorse, visto l’ostracismo, è da stabilire. Che i ciarlatani esistano è fuor di dubbio, non solo fra gli omeopati. Proprio per questo la formazione in omeopatia dovrebbe avvenire nelle Università, dopo la laurea in Medicina, come in molte nazioni europee ed extraeuropee. Alcuni atenei italiani hanno finalmente aperto le porte a questa formazione, possibile che il Comitato di Bioetica voglia tornare indietro? Quali garanzie offrire dunque a un paziente? Quale tutela di diagnosi e di cura? “Academico di a academia” amava definirsi Giordano Bruno, filosofo della tolleranza e del pluralismo scientifico. Ricordarsi della storia evita cadute di stile e di sostanza, soprattutto quando si scherza col fuoco. Ad avvicinarsi troppo ci si brucia.

di Stefania Piloni, direttore Notiziario SIOMI (Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata) specialista in ginecologia e ostetricia, terapista alla LifeGate Clinica Olistica

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