Chi paga i danni?

Sul petrolio tutti guadagnano, e anche molto, ma quando

Insomma il greggio stoccato nelle petroliere rappresenta un’enorme
quantità di sostanze potenzialmente inquinanti trasportate
in giro per il mondo con leggerezza e senza una vera copertura
anche solo assicurativa per i danni ambientali provocati. Sembra
infatti un’assurdità, ma ancora oggi e dopo centinaia di
naufragi le compagnie non rimborsano i danni causati al mare e alle
coste. Per esempio nel caso che più ci ha toccati da vicino,
quello della petroliera cipriota Haven affondata nel mar Ligure
nell’aprile 1991, l’Italia ha ricevuto nel 2000 appena 117 miliardi
di lire per i danni economici diretti, ma non ha ricevuto neanche
un soldo per i danni ambientali, stimati intorno ai 1.200 miliardi
di lire. Questo perché il fondo assicurativo IOPCF,
finanziato soprattutto dalle compagnie petrolifere, al quale
aderiscono 70 paesi nel mondo tra cui l’Italia dal 1992, non
prevede appunto il risarcimento dei danni ambientali.

Diversamente si sono comportati gli Stati Uniti, che dopo il
drammatico disastro della Exxon Valdez hanno adottato una specifica
normativa (Oil Polluction Act, 1990) che ha appunto consentito di
risarcire la popolazione dell’Alaska con 3 mila miliardi di vecchie
lire solo per il danno ambientale, dei circa 7.700 mila
complessivi.
A causa di questa situazione c’è il rischio che per il
recente affondamento della Prestige al largo delle coste della
Spagna nessuno paghi per i danni ambientali causati (almeno 600
milioni di euro).

Quali le soluzioni? Chi inquina deve pagare, in modo da poter
consentire il ripristino delle condizioni il più possibile
vicine a quelle originarie. Per questo va riconosciuta la
responsabilità estesa a tutti i soggetti coinvolti nel
trasporto di sostanze pericolose via mare (dall’armatore, al
trasportatore, al noleggiatore). Vanno quindi riconosciuti i danni
(e i relativi risarcimenti) non solo economici diretti ma anche
quelli ambientali, superando i limiti oggi imposti dalla già
citata Convenzione IOPCF (Fondo internazionale di compensazione per
l’inquinamento da idrocarburi), che invece riconosce il rimborso
solo per le “misure tecnicamente ragionevoli di ripristino”.

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