Conservazione beni culturali?

L’intento era quello di migliorare e incrementare la conservazione della memoria pubblica, almeno per dichiarazioni e tentativi

Fino a ieri succedeva esattamente il contrario, in quanto lo Stato
o altre realtà della pubblica amministrazione acquistavano
da privati palazzi e parchi storici, ogni tanto un’opera d’arte, un
arredo o simili. L’intento era quello di migliorare e incrementare
la conservazione della memoria pubblica, almeno per dichiarazioni e
tentativi. Poiché molti palazzi cadevano a pezzi e lo stato
di abbandono e disinteresse erano qualche volta platealmente
evidenti, a nessuno sfiorava l’idea, almeno in pubblico, che questi
beni non dovessero essere protetti e conservati dallo Stato. Una
sorta di pudore o tabù proteggeva il patrimonio
storico-artistico, infranto solo una volta, quando nel 1992 fu
fatta esplodere una bomba a Firenze, a due passi dagli Uffizi.

Con la nuova finanziaria questo tabù viene infranto,
naturalmente non in modo violento come nel 1992, ma lentamente,
passo per passo, aiutato da mancanza di personale,
disorganizzazione, disguidi, promesse non realizzabili.

Vediamo perchè: gli immobili di proprietà demaniale e
alienabili si dividono in due categorie. Da una parte ci sono
quelli che possono essere venduti perché non hanno nessun
valore storico-artistico, come le caserme. “Noi li sblocchiamo – ha
spiegato Urbani – in quanto è giusto che passino da mani
pubbliche a quelle private”. Fino a qui niente di
inaccettabile.
Per gli immobili con valore artistico, invece, è previsto
una ulteriore suddivisione. Ci sono quelli che devono rimanere di
proprietà dello Stato, i più celebri come il Colosseo
o Fontana di Trevi. Gli altri che verranno catalogati per la prima
volta dalle soprintendenze avranno una sorta di “bollino rosso”.
Poi ci sono beni che hanno una qualche rilevanza e che è
bene mantenere. “Palazzi di 70-80 anni fa potranno passare in mano
privata, ma ci saranno vincoli, ha concluso il ministro. No a
discoteche e aree commerciali. Si potrà vendere solo a
condizione che i nuovi proprietari vi insedino uffici o altre
attività di questo tipo”.
Il cavillo sta nella promessa suddivisione degli immobili di
proprietà demaniale: il numero degli edifici è
enorme, quindi il lavoro da svolgere per le soprintendenze che da
sempre soffrono di carenza di personale risulta enorme. Stilare la
suddivisione entro l’inizio 2004, quando entra in vigore la nuova
finanziaria, è pura fantasia. L’unico criterio adottabile
per impedire la vendità di un immobile importante
sarà per molto tempo il veto che la relativa soprintendenza
può pronunciare entro quattro mesi dalla messa in vendita.
Ma quando si tratta di tempi burocratici, quattro mesi non sono
certo molti.

Rita
Imwinkelried

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