Dagli ultrasuoni una “bacchetta magica” per fermare le emorragie

La particolarità dello strumento, consiste nel fatto di unire le proprietà di due tipi di ultrasuoni: quelli tradizionali, e quelli ad alta intensità che generano in pochi secondi una temperatura elevata, consentendo di saldare i tessuti lesi, arrestando il sanguinamento.

La particolarità dello strumento, presentato agli inizi di
dicembre al convegno della Società Americana di Acustica,
consiste nel fatto di unire le proprietà di due tipi di
ultrasuoni: quelli tradizionali, già ampiamente usati in
medicina, servono a individuare l’emorragia, mentre un particolare
tipo di ultrasuoni concentrati ad alta intensità – detti
HIFU, acronimo per l’inglese High-Intensity Focused Ultrasound –
che generano in pochi secondi una temperatura elevata, consentendo
di saldare i tessuti lesi, arrestando il sanguinamento.

Attualmente, per arrestare un’emorragia si usano punti chirurgici,
cauterizzazione o applicazioni di sostanze specifiche in loco,
“tutti metodi invasivi”, spiega Shahram Vaezy, uno dei responsabili
del progetto, “perché in ogni caso è necessario
incidere la pelle per raggiungere il vaso sanguigno lesionato”.

Gli ultrasuoni HIFU, invece, consentono di operare dall’esterno,
perché gli ultrasuoni possono attraversare i tessuti senza
danneggiarli, concentrando il calore solo nel punto in cui si trova
la lesione da riparare. “Questo metodo, inoltre”, precisa il
ricercatore, “si è rivelato efficace nelle emorragie di
organi come il fegato o la milza, per cui i metodi attualmente
usati non si sono dimostrati adeguati”.

Una volta testato sugli esseri umani, il nuovo metodo
renderà più efficaci e sicuri gli interventi di
medicina d’urgenza: “pensate cosa può voler dire”,
sottolinea Vaezy, “arrestare l’emorragia di una vittima di un
incidente stradale senza rimuoverlo e senza dover praticare
un’operazione di urgenza”.

Ma in prospettiva la nuova apparecchiatura potrebbe essere
utilizzata durante le missioni spaziali, in situazioni in cui la
probabilità di traumi è relativamente alta, ma non
è possibile disporre di una sala operatoria tradizionale:
per questo il National Space Biomedical Research Institute –
l’istituto nazionale di ricerca biomedica spaziale – si sta
interessando al nuovo apparecchio, che in futuro potrebbe diventare
una presenza costante -e rassicurante – sulle navi spaziali che
porteranno l’uomo su Marte ed oltre.

Abigaille Barneschi

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