Dalla parte dell’animale

Un’intervista esclusiva al professor Giorgio Celli, etologo, docente di entomologia all’Università, appassionato del mondo animale

Dopo aver parlato di Pet Therapy e in particolare della riabilitazione equestre come utile terapia per persone con problemi sia fisici che mentali, mi interessava conoscere anche il punto di vista… dell’animale. Data l’impossibilità dell’animale di comunicare verbalmente, ho intervistato il professor Giorgio Celli, che degli animali può ben fare da portavoce: famosissimo e stimato etologo, divulgatore scientifico, scrittore e tanto altro ancora.

Caro Giorgio, qual è la tua opinione sulla Pet Therapy?

Con l’evoluzione e con l’aiuto di studiosi come Desdmond Morris e Konrad Lorenz, gli animali hanno acquisito un loro ruolo sociale, che esula dal mero utilizzo della loro carne o della loro pelle. La Pet Therapy, proprio in questo senso, nasce molti anni fa, ed è riconosciuta ormai dalla scienza ufficiale. Gli animali entrano di diritto nelle nostre case e nei nostri cuori, diventando un legante sociale. Si pensi al proprietario di cane che scende ai giardini e che intavola deliziose conversazioni con altre persone (“La carica dei 101” di Walt Disney introduce molto bene questo concetto), così come è stato dimostrato che una persona anziana che soffre di cuore, se accarezza un gatto ha una sensazione di immediato benessere.

La mia impressione personale, tuttavia, è che si è andati un po’ oltre, ossia che la Pet Therapy venga utilizzata solo per il beneficio dell’uomo senza calcolare lo stress, il disturbo, la costrizione che in alcuni casi proprio questi animali possono provare. Per fare un esempio lampante, cito la delfinoterapia: in molti casi la frequentazione che subiscono questi animali è talmente intensa da portarli ad una vera sofferenza, per non parlare dei delfinari in cui sono costretti a vivere. Altro esempio, è stato evidenziato che molti cani che venivano messi in contatto con persone disabili diventavano tristi. Non vorrei, cioè, che,come ne “L’esorcista”, il diavolo abbandoni la preda per impossessarsi di un’altra preda, per cui abbondino l’uomo per entrare nell’animale.

Cosa consigli, dunque?

Ben venga la Pet Therapy, a patto che anche il “farmaco vivente”, come lo definisco io, non sia tale; ossia non perda la sua sensibilità, il suo ruolo sociale, ormai geneticamente forse abbiamo già maltrattato secoli fa i nostri amici animali addestrandoli. Ora è fondamentale sorvegliare l’interazione che si instaura tra il paziente e l’animale. L’animale deve essere tutelato e non solo fatto lavorare. Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo, l’animale non ha bisogno di essere nobilitato. I rapporti devono quindi basarsi sul reciproco affetto e rispetto; i tempi e i disagi degli animali come quelli dell’uomo devono essere previsti e non sottovalutati. Perché anche l’amore che è incapace di capire e di sentire le ragioni o le emozioni dell’altro ed è vissuto in maniera egoistica,può trasformarsi in qualcosa di pericoloso, e diventare un sentimento a senso unico da cui l’altro, animale o persona, tenti solo di fuggire.

Hai mai partecipato o consigliato a qualcuno di fare Pet Therapy?

Non ho mai partecipato. Ho presenziato alla visione di filmati in cui la Pet Therapy era utilizzata, per tentare di capire cosa si prova ad essere un “farmaco vivente“. Ma naturalmente l’ho consigliata, in questo senso: che vita è senza un animale da amare?

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