Daniela Comendulli. “Il seme originario”

Ecco l’intervista a Daniela Comendulli in occasione dell’uscita del libro “Il seme originario”.

Perché contro gli Ogm?
Una motivazione logica. Umana. Parliamo di manipolare qualcosa di
così perfetto come la natura, l’uomo. Questo spaventa,
sapendo che il rischio è di creare mostri. Questo è
il discorso. Cosa veramente ne uscirà? Ecco perché
sono da fermare.

Per questo avete pubblicato un “Dossier Ogm”, una
rassegna stampa per dare un quadro di quanti più articoli
possibili.
Offrendo una serie di articoli, senza
commenti, si è portati a leggerli e a “tirare le somme”. A
prendere coscienza che c’è una storia degli Ogm che non
è solo di questi anni. Forse, ignari, li abbiamo anche
già mangiati? Li hanno dati agli animali; non nella catena
alimentare umana. Ma li hanno dati agli animali. Non li mangiamo di
qui, ce li danno di là.
Ho sentito un’intervista a un nutrizionista, che ha affermato,
mentendo, che “tranquillamente da vent’anni in America mangiano
Ogm”. Una falsità. Come si fa a prevedere cosa
causerà tra sette anni?

Gli Ogm servono a combattere la fame nel
mondo?
L’inquinamento da pesticidi aveva fatto troppi
danni, e allora hanno pensato di dire che introducevano qualcosa
per abbassare le continue irrorazioni. L’ennesima risposta alla
fame nel mondo? Come la rivoluzione verde, che ha riempito di
pesticidi il mondo?
Questa globalizzazione fa malissimo ai paesi del Terzo Mondo.
L’India, che conosciamo come grande produttrice di riso,
sarà costretta a comprare il riso dalla Cina perché
costa meno. E i contadini? Detengono una conoscenza, un patrimonio
genetico da salvaguardare in tutti i modi, una ricchezza che
abbiamo scoperto con il nostro progetto.

Parliamo di questo progetto in
India.
Abbiamo cercato e conosciuto il professor M. D.
Nanjundaswamy, un avvocato, esperto di diritto internazionale. Un
uomo, di casta alta, che ha unito venti milioni di contadini in un
movimento. Un uomo che abbraccia un sentire.
Che alla domanda sulla fame nel mondo, risponde “la risposta
è nell’agricoltura biologica, in quanto solo ritornando ad
avere la possibilità di seminare con semi che veramente
diano un raccolto, che diano la possibilità al contadino di
riseminarli, con un terreno fertile, non stremato dalla chimica,
non con l’acquisto coatto”…
Siamo stati con lui una settimana per le campagne in India, portava
le informazioni sui rischi degli Ogm in mezzo ai contadini, con
qualche sedia… parlava.
Gli parliamo. Ci anima lo spirito di collaborazione: tutto è
interdipendente, aiutare loro significa aiutare noi. Salvando i
semi originali, ci salviamo noi, noi tutti, le generazioni
future.
Diamo vita con l’associazione SUM a questo progetto, parlandone qui
in Italia. Bisognava comprare la terra, aiutare i contadini a cui
abbiamo comprato fazzolettini di terra, che ora sono 65 ettari,
nello stato del Karnataka. Il 1 settembre diventa realtà il
progetto Amrita Bhoomi, “pianeta immortale”.
Il professore Nanjundaswamy l’ha chiamato “Un faro nel mondo”.

Ora cosa manca?
Entro quest’autunno,
recingeremo la terra, che sta al confine con una foresta
incontaminata, e installeremo i pannelli solari.
In contadini cominceranno a lavorare, e il prossimo anno , i primi
raccolti…
Il 4 gennaio 2005, all’Amrita Bhoomi, faremo la grande festa del
seme! Una settimana di festa, aperta a tutti. Festeggiamo sulla
terra, per dare l’inizio alla banca dei semi originari. Verranno
invitati vari movimenti di contadini – di tutto il mondo – che
porteranno a simbolo i loro semi originari.
Per esserci basta chiedere all’associazione SUM. Si partirà
in gruppo, sei sette persone.

Anche all’Amrita Bhoomi si coltiva solo con metodo
biologico?
Sì. Parlare di agricoltura biologica
vuol dire salvare l’ambiente. La salute. L’alimentazione. E’
fondamentale.
Anche personalmente, io e mio marito Luca andavamo con scrupolo
alla ricerca del prodotto bio. Ora possiamo offrirlo anche noi,
siamo diventati produttori, in Italia.
L’agricoltura biologica è un mezzo per parlare alla
gente.

Con quale messaggio?
Parliamo di scuola. Si
insegna la “competizione”. Ma… che insegnino l’amore che dentro
di noi abbiamo! Questa civiltà porta a vedere l’uomo contro
l’uomo, e la scuola può instradare in questo: “studia per
ottenere di più” e il bambino poi se lo porta dentro.
Invertiamo questi input: non più “competizione”, ma
“collaborazione”.
Questo concetto lo porteremo nelle nostre scuole in India. E nel
progetto c’è un ospedale di medicina ayurvedica. Una
conoscenza che anche lì rischia di essere abbandonata?
Perché c’è una via d’uscita: il seme originario. E’
fortissimo e ritornerà il suo stato naturale se non
continueremo a trattarlo.

Stefano
Carnazzi

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