Depenalizzare i reati ambientali

In Italia commerciare specie protette potrebbe essere come parcheggiare in divieto di sosta. Basta pagare la sanzione.

Grazie alla proposta del ministro
Castelli i reati ambientali saranno pagati con una
semplice multa. Ecco allora che il cacciatore incallito può
sparare alle specie protette, se disposto a sganciare qualche
migliaio di euro. Stessa pena, un po’ più salata, per chi
produce clorofluorocarburi, i gas responsabili del buco
dell’ozono.

Mentre il pianeta collassa sotto l’effetto serra, le alluvioni, la
siccità e la desertificazione; mentre il mondo chiede sempre
più attenzione per l’ambiente, per i diritti, per la
dignità sociale, l’Italia va nella direzione opposta. Non
rispettare l’ambiente, significa incoraggiare l’attività di
chi, in nome del profitto, emette gas nocivi, spaccia per rifiuti
“normali” rifiuti “tossici”. A pagarne le conseguenze sono le fasce
più deboli della società, i cittadini comuni.
Si pensi al caso di Porto Marghera e ai suoi morti, al pet-coke
(residuo altamente cancerogeno delle lavorazioni industriali) di
Gela e alla nuova faccenda dei rifiuti tossici di Priolo.

“Coloro che commettono reati ambientali – ha detto Fabrizio Fabbri
di Greenpeace – che scaricano veleni nell’ambiente, inquinano
l’aria e l’acqua, ci stanno ammazzando. Si tratta di reati che
provocano tumori, leucemie, malformazioni”. Depenalizzare questi
reati corrisponde ad attentare, alla luce del sole, alla salute
pubblica, perché ci sono attività che, se condotte in
maniera illegale, fruttano molti soldi. Se viene meno l’ipotesi di
andare in galera, il guadagno vale il rischio di una multa.

La strada verso la totale indifferenza nei confronti dell’ecologia
ha avuto, però, altre tappe prima di arrivare alla
depenalizzazione dei reati ambientali. Si è iniziato con la
legge Lunari, che ha cancellato la valutazione di impatto
ambientale (Via) e ha considerato non pericolose le terre di scavo
inquinate delle gallerie.
Poi ci ha pensato Matteoli che ha introdotto la regola per cui “non
è rifiuto qualsiasi cosa può essere riutilizzata”,
come il pet-coke, prodotto dagli impianti di Gela in maniera cinque
volte maggiore alla media.

Silvia Perdichizzi

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