Dialogo tra le saggezze

A Terra Madre il primo e inedito tentativo di compattare e far collaborare quel fronte che lavora nel segno di antiche pratiche e conoscenze che si stanno rivelando come le soluzioni più idonee.

Venerdì 22 ottobre, alle 12.30, si è svolto un
incontro sull’esperienza dei sistemi agricoli indigeni, uno dei 61
laboratori organizzati a Terra Madre,
su temi interessanti per tutti coloro che sono attenti alle risorse
ambientali, agli equilibri del pianeta alla qualità dei
prodotti e alla salvaguardia della diversità.
I partecipanti erano delegati di paesi di tutto il mondo, gli
interventi erano di rappresentanti di comunità agricole
locali di Perù, Brasile, Canada, Algeria, Ciad, Senegal.
Malgrado la diversa provenienza geografica, i messaggi erano sempre
gli stessi: la cultura e l’agricoltura tradizionale valorizza e
rispetta la terra, la cultura e agricoltura moderna no. Il
risultato dell’applicazione di metodologie moderne,
sementi
e prodotti chimici sugli ecosistemi
dei paesi in via di sviluppo sono spesso disastrosi e in quasi
tutti i casi sta avvenendo un riavvicinamento, da parte
dell’agricoltura
moderna
cosiddetta convenzionale, ai sistemi e,
soprattutto, alle logiche tradizionali, che hanno un esperienza
millenaria nella gestione dell’ecosistema e nel suo ottimale
sfruttamento.

Le tradizioni culturali si sono rivelate un baluardo per la
difesa della diversità genetica, capaci di conservare e
divulgare sementi privilegiando la ricchezza e la
molteplicità al predominio di poche specie. Presso numerose
comunità indigene, le sementi e i tuberi sono portati in
dote dalla sposa nel nuovo villaggio in cui si stabilisce, una
pratica millenaria che ha sempre favorito il ricambio genetico. E’
stato con indicibile orgoglio che il rappresentante del Perù
ha elencato i numeri delle diverse varietà presenti di
cereali, leguminose, frutta e verdura presenti nella tradizione
agricola della sua comunità. “La diversità è
olistica – ha detto – nelle Ande tutti gli elementi della
collettività naturale sono considerati parte della vita. La
diversità è valorizzata e apprezzata come frutto
della creazione!”.

“Le donne, la terra madre e i semi sono la stessa realtà.
Aggredire, manipolare, mancare di rispetto a una di queste tre
realtà vuol dire aggredire la vita stessa”, ha riconfermato
un esponente della popolazione nativa amazzonica, venuto a terra
Madre insieme alla rappresentante brasiliana di una banca di semi
brasiliana che ha contribuito a far recuperare la coltivazione di
una varietà coltivata che era andata persa nell’arco
dell’ultima generazione. E recuperando la semente e il raccolto,
c’è stato un immediato recupero anche di canti e tradizioni
legate a quell’alimento.

Da una tribù di nativi americani del Canada è
giunta una testimonianza in diretta sull’importanza della
salvaguardia dei pesci, fonte di vita da centinaia di anni per i
membri della comunità. Gli indiani da sempre pescano con una
rete bucata, per lasciare a qualche pesce una possibile via di
fuga, per “non farli arrabbiare”; e il primo salmone della stagione
lo portano a riva i bambini, dal cuore puro, in segno di
rispetto.

Di bambini si è parlato ancora. Nella cultura
tradizionale andina sono espressione dell’energia vitale…

“Quando i bambini vengono tolti dalle fattorie per essere
rinchiusi tra le 4 mura di una scuola, l’azienda perde l’energia di
gioia portata dai bambini”. “Ma allora non dovrebbero andare a
scuola?” Ha obiettato qualcuno dal pubblico… “No, certo che no!
sono le scuole che dovrebbero essere all’aperto, per non far
perdere quella capacità di mantenersi in contatto con il
mondo circostante che i bambini hanno già
spontaneamente”.

Il rappresentante del Senegal ha sottolineato l’uguaglianza
“alimentazione = vita”, lamentando gli effetti negativi della
colonizzazione occidentale su valori e stile di vita, abitudini
alimentari e tecniche di agricoltura. Nell’agricoltura tradizionale
il territorio era considerato patrimonio della collettività
e si prevedevano insieme le decisioni più adatte a
salvaguardare la biodiversità. Oggi si stanno cercando nuove
strategia per ricreare una connessione tra conoscenza moderna e
tradizionale.

Dall’Algeria arriva lo stesso messaggio. Il coltivatore di
datteri di un’oasi a 600 km a sud di Algeri, oramai pieno Sahara,
racconta del delicato equilibrio esistente nell’ecosistema
dell’oasi in cui convivono piantagioni di datteri, alberi da
frutto, coltivazioni a terra e allevamento ovino e caprino. Da
quando sono state introdotti i pesticidi e le sementi provenienti
dall’esterno questo equilibrio si è rotto e ora si sta
faticando molto per ricostruirlo a partire, ancora una volta, da un
recupero di metodologie tradizionali.

Sempre dall’Africa, un anziano e autorevole rappresentante del
Ciad, nero come il carbone e molto carismatico nella sua ampia
veste bianca, ha esordito dicendo “Vengo da uno dei paesi
più poveri del mondo”. La sua testimonianza era
assolutamente allineata alle precedenti. In Ciad, inoltre, le
conseguenze dell’effetto serra sono più evidenti che altrove
e il processo di desertificazione è in fase avanzata. “Non
abbiamo bisogno di sementi e pesticidi – ha detto – ma
semplicemente di irrigazione”.

“Quando l’uomo si sente superiore al resto della creazione
qualche cosa si rompe nell’equilibrio con le altre forma di vita”.
E’ con questo messaggio che ha sottolineato il suo contributo un
altro esponente delle culture native sudamericane. Malgrado gli
innumerevoli soprusi a cui sono state sottoposte queste
popolazioni, e lo sono tuttora – basti pensare a quanto avviene in
Amazzonia per fare posto agli allevamenti destinati alle
multinazionali della carne – il tono di tutti gli interventi non
era né retorico, né di denuncia o rivendicazione. E’
strato di un incontro tra “colleghi” per sottolineare quanto sia
simile la “battaglia” che stanno tutti affrontando pur nel piccolo
del loro territorio. Per far sentire e capire, anche ai più
semplici campesinos e lavoratori della terra, che il loro ruolo
è importante e che non sono soli nel loro impegno per la
vita.

Marcella
Danon

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