Dio in una lenticchia

Potremmo continuare a girare il mondo inseguendo una piccola lenticchia, ma tutto il cibo, nella storia dell’uomo,

Sappiamo che la Sibilla dal suo antro oracolava e come pegno
esigeva preziosi sacchetti di legumi color miele, dal sapore
straordinario, quasi di castagna, cresciuti in un microclima
perfetto sull’altopiano che si apre davanti a Castelluccio.

Lontano migliaia di chilometri un monaco indù solleva una
ciotola fumante per offrirla al Dio: nella ciotola una crema densa
color ocra, il dhal, mistura proteica di quattro tipi di
lenticchie, nere, gialle, marroni e rosse, alimento base della
cucina delle grandi religioni vegetariane dell’India, induismo,
buddismo, jainismo.

E ancora, per un piatto di mejara, una minestra di lenticchie scure
e cipolla, “questa pietanza rossa”, Esaù tornato dalla
caccia stanco e affamato, cede la primogenitura al fratello
Giacobbe. Le dodici tribù d’Israele discendono da un piatto
trangugiato che predispone l’inganno.

E, senza dubbio, se volete creare un’atmosfera di eccitazione
creativa in una cena, preparerete tortini fritti di lenticchie al
cumino, molto yinn, quindi femminile, stabilizzante, ricco di
potassio, lunare, intellettuale, caldo umido, in grado di
equilibrare la nostra conformazione fisica che è molto yang.
Tutto questo secondo le regole del feng-shui, l’arte estremo
orientale di armonizzare il chi, l’energia fondamentale
dell’universo in questo caso attraverso il cibo a cui tutto il
mondo cinese conferisce grande rispetto in quanto fonte di
trasformazione dello spirito.

In Italia si festeggia il capodanno con le lenticchie, simbolo di
prosperità e abbondanza. I Curdi preparano un succulento
pilaf di datteri e lenticchie in primavera, per celebrare la
rinascita della natura. I Parsi zoroastriani durante il
navjote, la cerimonia di iniziazione di un bimbo alla
religione, gustano “dhandal lagan ser paatia”, un invitante riso
con lenticchie e pesce piccante…

Potremmo continuare a girare il mondo inseguendo una piccola
lenticchia, ma tutto il cibo, nella storia dell’uomo, è,
oltre che conforto per il nostro stomaco, specchio del modo in cui
ci rapportiamo allo spirituale, in cui ci relazioniamo con gli
altri e con l’Altro, l’Assoluto.

Dove compare il Dio, compare l’offerta, di burro, di latte,di
frutta, di acqua, di animali sgozzati in un certo modo, di grano
infilato nelle tombe dei re in Egitto e ritrovato dopo migliaia di
anni…

Dove compare la clausura conventuale in onore del Dio, il cibo si
fa arte di guarigione, come nelle “Ricette per il Corpo e per
l’Anima” di Hildegard von Bingen, santa, musica, scienziata
medioevale. Oppure diventa strumento sottile di acquisizione di una
cultura dove essa è vietata alle donne come nel “Libro di
cucina” di Juana Ines de la Cruz , scritto in un percorso rubato
tra le pareti buie della cucina e quelle ricche della biblioteca,
sul finire dei Seicento.

E come non nominare la lussuria allusiva del “Trionfo di Gola”,
capolavoro autentico dell’antica arte pasticcera palermitana, la
cui ricetta, laboriosissima, prevede perfino la marmellata di
zucchine, geloso segreto delle monache di clausura , che
custodivano, pallide e reticenti i segreti proporzionali di questa
monumentale piramide di pasta reale avvolta in petali di
rosa….

Deglutiamo… e il tuffo dei sensi ci rimanda inevitabilmente alla
Sulamit del Cantico dei Cantici che mormora spossata “con dolci
d’uva e con miele sostenetemi risuscitatemi io muoio d’amore”
mentre gli occhi dell’Amato “si bagnano nel latte, abitano
nell’opulenza” e mentre “distilla dolcezza il fico nei suoi frutti”
per lui gli scoli di lei, shelahaik, sono “un giardino paradisiaco
di melograni, di frutti preziosi, di zafferano, cannella”…

E come la strada verso Dio nello spazio si fa cattedrale, la sua
evocazione visiva grande pittura e sconfinati ricami, e la
gestualità rituale si fa danza come nel vortice Sufi, o
assenza e oscillazione come nei templi shintoisti, la
trasformazione del cibo in offerta all’altro diventa Arte.

Arte che è il gesto sempre preciso, attento, sapiente; che
è la disposizione d’animo, serena , piena di gioia, luce,
generosità; che è la cultura, a volte millenaria,
tramandata oralmente o su sbiaditi foglietti; che è lo
spirito, quel qualcosa in più che rende diverso ogni piatto
a seconda di chi lo prepara. Ma anche, arte del ricevere il cibo,
come si riceve l’amore, qualcosa che impariamo a fare, in un
percorso non banale, che implica il silenzio, la calma, l’ascolto
di Sé e il lento assaporamento di ciò che ci
arriva…

Ma torniamo in India dove le prescrizioni yogiche ci parlano di
pulizia, freschezza, forza ,salute, amore del cibo sattvico
cioè puro,quello che ti permette di nutrire la mente; dove
si parla di prana, energia vitale e lo si associa alle proteine e
di virya, forza interiore che si acquisisce con le vitamine; e
soprattutto dove usano una bellissima parola per dire che il cibo
deve essere sempre portatore d’amore, benedetto: prasad.

In questa parola c’è il mondo che si inchina in tutte le sue
forme culturali e geografiche a qualcosa o qualcuno che è
oltre, è superiore, fosse anche il Dio nell’ultimo dei
mendicanti di Benares a cui getti un chapati, o la rom sporca a cui
abbassando il finestrino al semaforo allunghi un pacco di biscotti,
o in quella briciola di pane per cui Gesù si dice, sia sceso
da cavallo.

Possiamo forse dire allora come nella Bhagavad Gita:

il processo di nutrirsi è Brahman
l’offerta (il cibo stesso) è Brahman
la persona (il commensale) che fa l’offerta (il cibo) è
Brahman
e il fuoco (gastrico) per mezzo del quale il cibo viene consumato
è Brahman
perciò vedendo Brahman ovunque in azione, si raggiunge lo
Stato Divino (Brahman)

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