Fabio Treves. Sveglia alle 6.15!

Sveglia alle 6.15 del mattino da trent’anni, oltre 20 km al giorno in bicicletta, astemio. Non sembra il ritratto di un bluesman, ma Fabio Treves è anche questo.

Quali sono i tre episodi che ti hanno reso più
orgoglioso negli oltre trent’anni di carriera nel
Blues?

Il primo il fatto di essere l’unico italiano ad aver suonato
con Frank Zappa, ancora a parlarne adesso mi tremano le gambe. Il
secondo sono i concerti americani nella terra del Blues, mi viene
in mente in particolare Memphis (Tennessee), condividere il
camerino con Johnny Winter, James Cotton, Koko Taylor, Little Feat.
E poi il rapporto col pubblico, che continua ancora adesso, che
è una cosa che dà un’energia incredibile.

 

Tu hai sempre avuto un impegno per l’ambiente, anche
sul piano politico. Ripercorriamone le tappe
principali.

Innanzitutto penso che l’impegno per l’ambiente sia proprio
delle persone sensibili e per bene, che hanno dei valori.
Perché se non lo salviamo noi, certo l’ambiente non si salva
da solo. Io vedo l’ambiente come qualcosa di antico, di saggio, che
ti dà delle grandi soddisfazioni se lo rispetti e gli vuoi
bene. Sono stato per diversi anni nel Consiglio Comunale di Milano
come indipendente dei Verdi. Ma a volte la lotta è impari,
ti viene un senso di impotenza di fronte agli abusi perpetrati
sulla natura per pura avidità. La cosa che più mi
salta all’occhio adesso è il problema dell’inquinamento, la
gente si ammala e non vengono adottate soluzioni che a me sembrano
spontanee, come cercare fonti alternative di riscaldamento. Pensa
se ci fosse una legge ad imporre l’adozione di tetti fotovoltaici
per tutti gli edifici pubblici. Ebbene, non solo questo non si fa,
ma a volte entro negli uffici pubblici e trovo il riscaldamento “a
manetta”…è veramente uno spreco. Anche per quanto
riguarda la musica a me piacerebbe molto poter suonare di
più in maniera acustica, senza amplificazione: meno
inquinamento per l’aria e per le orecchie!

 

Treves e la politica: una parabola iniziata come
“katanga” alla Statale di Milano e che ora mi sembra
contraddistinta da un certa disillusione, ma senza
rassegnazione.

No, rassegnazione mai! Il fatto di aver condiviso determinate
azioni o progetti negli anni Settanta, che a volte avevano
atteggiamenti violenti, e di essere passato ora ad atteggiamenti
pacati e pacifici credo faccia parte della maturazione di una
persona. Se sei incazzato a vent’anni ok, ma se sei incazzato a
sessanta vuol dire che c’è qualcosa che non va. Io mi
ritrovo magari a fare gli stessi discorsi di anni fa ma con un
approccio diverso. Penso che le contrapposizioni ideologiche non
portino assolutamente a niente.

 

La gente ti conosce come musicista, come conduttore
radiofonico e qualcuno anche come commentatore televisivo delle
partite del Milan. Ma la tua vita non è solo
questo.

Io faccio una vita con molte attività che mi tengono
impegnato, ma che mi danno molte soddisfazioni. Intanto c’è
la passione per la fotografia, che insegno a scuola da molti anni,
oltre ad aver realizzato alcune mostre. Poi ho avuto un periodo
come insegnante di sostegno ai ragazzi disabili, è stata una
delle esperienze più belle, coinvolgenti e ricche della mia
vita. Adesso mi occupo di corsi di formazione professionale per i
detenuti del carcere di San Vittore. Poi quando torno a casa mi
cambio la maschera e divento il bluesman. In questo senso la musica
per me è una valvola di sicurezza; sono contento quando vedo
gli altri ragazzi della band! È la mia famiglia, il mio modo
di essere. Ti racconto un episodio: durante le vacanze di Natale
siamo andati a suonare in un ospizio; dovevamo essere solamente io
e il mio chitarrista, Alex Gariazzo. Ebbene appena l’ha saputo
Massimo Serra, il batterista, mi ha guardato con gli occhi tristi
dicendomi: “e io non vengo?”, lo stesso ha fatto il bassista Tino
Cappelletti. Ovviamente era un’iniziativa totalmente gratuita,
senza nessun rimborso spese: è stato bello, coinvolgente.
Potrebbero farlo anche altri musicisti!

 

Che rapporto hai con i tuoi studenti?

Un rapporto molto bello, di stima. Vengono ai miei concerti,
conoscono la musica e rispettano il Blues anche se ascoltano altri
generi. E poi non mi vedono come l’ultimo dei Moicani, il quasi
sessantenne ancora sulle barricate, ma come uno che non molla e
continua a credere nei propri ideali.

 

Il tuo pubblico e in generale il pubblico del Blues in
che cos’è cambiato e in che cos’è rimasto
uguale?

Beh, intanto il fatto che ci sia stato un ricambio
generazionale è positivo. Il massimo è quando vedo
genitori e figli venire al concerto insieme. Lasciami dire che
abbiamo avuto coraggio perché nel 1975 facevamo un genere
che venne riscoperto dal grande pubblico solo cinque anni dopo con
il film Blues Brothers, e la gente ci ha seguito. Io di sicuro sono
cambiato, sono più vecchio e acciaccato, però la
grinta, la soddisfazione, l’affetto e l’energia sono superiori a
trent’anni fa; perché adesso ho finalmente raggiunto un bel
successo di pubblico, ho il mio Pubblico, il mio bel
Pubblico!

 

Qual è lo sfizio che vorresti toglierti nei
prossimi tre anni?

Andare in pensione! Continuare a dedicarmi alla musica e alla
radio, però poter alzarmi mezz’ora più tardi. Poi
vorrei andare a Memphis, Chicago e New Orleans con la Treves Blues
Band a suonare con artisti locali. Ma in generale a questo punto
della mia carriera non posso dichiararmi insoddisfatto.

 

Fabio, tra le varie (auto)definizioni ironiche su di
te c’è quella di “culatello del Blues”, ti ci
riconosci?

Sì, perché il blues è la risposta
naturale alla musica usa e getta!

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