Alla ricerca del Tai ji quan

L’esperienza personale di un ricercatore che tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 ha iniziato a praticare Tai ji quan.

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 lo studio del
Tai ji quan da una fonte attendibile o autorevole era impossibile,
almeno nel nostro paese.
A tal fine si doveva viaggiare e soggiornare in altri paesi.

La Cina di quegli anni, ci si ricordi, era chiusa all’occidente
senza che si potessero scorgere presagi di apertura a venire.
Inoltre molti capiscuola avevano lasciato verso la fine degli anni
’40 la Cina per rifugiarsi a Hong Kong, Singapore, Taiwan e altre
località del Sud-est asiatico, e alcuni più tardi
migrarono nel Nord America.

Sicché altro non restava che cercare in paesi stranieri
insediamenti cinesi sperando di trovarvi adepti o insegnanti
dell’arte, disposti ad insegnare ad occidentali. Ad insegnante
trovato bisognava cercare garanzie di genuinità
dell’insegnamento stesso.
A quanto sopra si aggiunga il progetto di ottenere la maggior
quantità di informazioni concernenti l’arte, soprattutto
mediante scambi orali con altri praticanti, anche considerando
l’assenza totale, o penuria, di materiale didattico in lingua non
cinese.

Con ciò s’intenda che il percorso dell’apprendimento ha
richiesto pazienza, prudenza nella verifica di fonti attendibili,
adattamento a luoghi e culture estranee, superamento delle
difficoltà, della barriera linguistica, climi, abitudini
alimentari non congeniali, eccetera.
Il tutto gravato dalla inevitabile lunghezza dei tempi di studio e
di apprendimento che sono propri del Tai ji quan.

Se a quanto sopra si aggiungono il costo oneroso dell’insegnamento,
la peculiarità delle sorgenti dello stesso, ben lontane da
quelle trovabili in università o istituti organizzati, e
l’incertezza dell’esito, si può immaginare la notevole
difficoltà di tale ricerca.

Si aggiunga che talora alla morte fisica di un insegnante, col
subentrare di un altro, probabilmente un discepolo, subentravano
parimenti un metodo e un indirizzo diversi. Con ciò si
generava una sensibile deviazione del percorso d’apprendimento e
l’insorgere di dubbi che si potevano dissipare solo mediante una
strenua azione riflessiva sostenuta da vera passione per la
ricerca.

Solo l’insegnamento diretto, la trasmissione orale da insegnante ad
allievo in un contesto sempre individuale possono essere
considerati l’unica vera via, anche se informazioni e libri possono
rappresentare un valido supporto allo studio.
Una ricerca così svolta sorpassa di gran lunga, per scopo e
significato, la mera ricerca di una eccellenza tecnica.

Ermanno Cozzi
Maestro di Tai ji quan

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