Fleet Foxes – Helplessness Blues

Helplessness Blues: un disco che tra i suoi solchi racchiude la sua stessa travagliata storia.

Ancor prima di addentrarci nel merito della questione, è
facile intuire che questo Helplessness Blues dev’essere stato una
bella gatta da pelare per i Fleet Foxes. Provate solo a pensare
cosa significa dare un seguito a un debutto come il loro omonimo
del 2008, un disco semplicemente troppo bello per essere vero,
pienamente meritevole di tutte le lodi e le iperboli di cui
è stato – ed è ancora – oggetto. Provate solo un
attimo a mettervi nei panni del giovane Robin Pecknold (appena
ventiduenne all’epoca dell’esordio) e dei suoi fidi affiliati: un
giorno sei in cameretta a imparare sulla chitarra le canzoni di
Dylan, Neil Young e Joni Mitchell con il tuo amico del cuore (il
chitarrista Skyler Skjelset) e prima ancora di rendertene conto ti
ritrovi scaraventato su un palco, le folle estasiate di mezzo mondo
che applaudono sotto di te, incantate dalle tue canzoni.

Ora, come si fa a dare un seguito al più bello dei tuoi
sogni? Non è impossibile, ma devi avere la capacità
di riuscire a sognare tutto da capo. Devi trovare un modo per
canalizzare positivamente le inevitabili tensioni del caso,
creative e umane che siano. Devi sforzarti di scavare a fondo
dentro te stesso in cerca di ispirazione, e trovare al contempo
nuovi stimoli. E soprattutto devi cercare di farlo nella maniera
più onesta possibile, sforzandoti di essere autentico e
sincero con te stesso, con chi ti circonda, con chi si aspetta
qualcosa da te (e il pensiero che nella sola Inghilterra – dove il
primo album è stato disco di platino – c’è mezzo
milione di persone che ti attende al varco, non è certo
d’aiuto).

Ecco, Helplessness Blues è tutto questo. È un disco
che tra i suoi solchi racchiude la sua stessa travagliata storia,
che esprime appieno il tentativo degli autori (e del songwriter in
particolare) di risolvere inevitabili contrasti non eludendoli, ma
affrontandoli di petto, e infine liberandosene. Per questo è
un disco vivo, dinamico, in continuo divenire. A primo ascolto,
sembra non possedere quella magia istantanea dalla quale ci siamo
trovati inondati quando abbiamo sentito per la prima volta il
debutto; ma è solo perché ad essa le nostre orecchie
si sono abituate. Prima che immediato, questo è piuttosto un
disco che cresce, cresce, cresce, e ti invita ogni volta a
scoprirne segreti e tesori nascosti.

D’altronde non bisogna fare un grande sforzo: l’asse della band non
viene bruscamente spostato. Le armonie angeliche, la voce sottile e
profonda insieme di Pecknold, gli arrangiamenti eterei e carichi di
immaginazione, le atmosfere ancestrali sono sempre al loro posto,
marchio di fabbrica di uno stile di fatto unico. Le differenze col
cd precedente si misurano allora nella scrittura (lirica, intima,
cruda e dolente nei testi, e più avventurosa nelle musiche)
e in alcune novità nell’apparato sonoro (chitarra acustica a
12 corde, fiddle, zither e altri svariati strumenti, anche
esotici). Ne esce fuori un lavoro più concreto, elaborato,
studiato ma sempre e comunque immerso in un’atmosfera del tutto
propria, mistica, arcana, sospesa tra sogno e realtà.
Un’atmosfera in cui, nuovamente, diventa facile perdersi.

Per descrivere la musica di Helplessness Blues, il leader dei Fleet
Foxes ha persino prodotto una lunghissima lista di influenze (da
John Jacob Niles a Judee Sill, da John Fahey ai Trees fino a Pete
Seeger), citando come principali il grande Roy Harper e
l’inarrivabile Van Morrison di Astral Weeks. Sono accostamenti
sostanziali più che formali, che ci parlano soprattutto
dell’amore sconfinato e sincero che questi ragazzi di Seattle
nutrono per la grande tradizione folk, che aleggia inevitabilmente
tra i solchi senza che nessun riferimento particolare prenda il
sopravvento.

Se Bedouin Dress mette d’accordo Fairport Convention e CSN, lo
strumentale The Cascades si ispira a Morricone, mentre Sim Sala Bim
rievoca la leggerezza di Simon & Garfunkel; e se Lorelai
ricorda forse troppo da vicino la dylaniana Fourth Time Around,
Someone You’d Admire, Montezuma e Blue Spotted Tail risaltano nella
loro essenziale intimità, in contrasto con le ambizioni di
The Plains / Bitter Dancer e gli esperimenti di The Shrine / An
Argument.

Gli interludi strumentali, i raccordi tra le strofe, le
architetture complesse e mai banali: tutto denota una sapienza che
trionfa nel pop alla Brian Wilson di Battery Kinzie, nell’epos
della title track e nella liberatoria Grown Ocean, una festa
conclusiva da cui intuiamo che sì, i Fleet Foxes sono
riusciti a superare l’ostacolo. Regalandoci un altro gran
disco.
Antonio Puglia

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