Diritti umani

Francesco Quistelli: “Che altro c’è oltre il profitto”

Intervista a Francesco Quistelli, manager esperto in comunicazione e marketing, direttore dello Studio Lentati che opera nell’orientamento e nella formazione delle associazioni no profit al fundraising per progetti umanitari.

E’ sicuramente una occupazione originale, la vostra;
puoi parlarci di quello che fate?

Lavoriamo soprattutto con le associazioni non profit per aiutarle a
risolvere problemi di carattere economico e organizzativo mettendo
al servizio dei loro specifici obiettivi in campo sociale,
culturale e umanitario l’esperienza che il mondo aziendale ha
maturato al servizio… del profit. Assistiamo associazioni
italiane e internazionali nell’elaborazione di strategie di
comunicazione, di marketing e di raccolta fondi e abbiamo creato
anche una Scuola di Fundraising. Lavoriamo anche con le aziende,
per sviluppare progetti in collaborazione con le organizzazioni non
profit.

Il numero di aziende che vogliono investire nel sociale
sta crescendo?

Sì. Le aziende, che poi sono fatte di persone, stanno
sentendo sempre di più il bisogno di occuparsi non solo di
profitto ma anche di questioni collegate indirettamente alla
missione dell’azienda, collegate al sociale, al benessere, al
territorio, collegate al ben noto concetto delle “3 p”: people,
planet e profit – cioè gente, ambiente e profitto – che le
aziende stanno cominciando sempre più a tener presente.

Ma lo fanno per una questione di immagine o
perché ci credono veramente?

È un po’ un trend modaiolo, questo è vero, ma quando
un’azienda si impegna su un progetto – anche se per una questione
di immagine – si trova poi a doverlo condurre fino in fondo come si
deve, altrimenti il consumatore se ne accorgerebbe subito!

Comunque si tratta di un fenomeno in
crescita…

Sì, è in crescita già da 30 anni. Prima, in
Italia, riguardava solo grandi manager illuminati – per esempio
Adriano Olivetti – che si impegnavano anche in attività
parallele a quelle del business poi, dagli anni ’70 è
iniziata una riflessione nell’ambito delle Nazioni Unite sul ruolo
delle multinazionali nel mondo relativamente ai problemi della
comunità e si è cominciato a parlare di
responsabilità sociale d’impresa. Nel 2000 è stato
firmato un accordo internazionale, il Global Compact, per
responsabilizzare le Compagnie multinazionali ad abbracciare,
promuovere e far rispettare una serie di valori fondamentali, che
toccano i diritti dell’uomo, le condizioni di lavoro e l’ambiente;
nel 2001 la Comunità Europea ha creato un Libro verde (Green
Paper, n.d.r.) per promuovere la responsabilità sociale
delle imprese.

Non si può dire che questi accordi siano molto
conosciuti o rispettati…

Questo è il limite attuale, ancora non c’è un
organismo di controllo generale. Ma i consumatori sono l’ago della
bilancia in questo processo, sono loro a dover svolgere la funzione
di organismo di controllo. I consumatori possono indurre un’azienda
a rivolgersi in una determinata direzione toccandola sul punto
principale, quello del profitto. Siamo noi, decidendo cosa
comprare, che possiamo influenzare le industrie.

Quindi l’imprenditoria socialmente responsabile sta
crescendo. Sei ottimista sul processo?

Sì. Anche perché non abbiamo molte altre
possibilità: o si va in questa direzione o si va verso
l’autodistruzione.

Marcella Danon

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