Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali

Sonda, Torino 2005

Ora, è qui. Tom Regan, l’autore, filosofo americano,
è in Italia, con un nuovo libro appena pubblicato
contemporaneamente in diverse lingue: Gabbie vuote. Eh, “gabbie
vuote”… scenario da sogno, per chi ama gli animali; è
questo il titolo di un saggio aggressivo, vario ed entusiasmante,
un manuale per chi vuole attrezzarsi dialetticamente alla difesa
dei nostri amici.

Di questo libro Jeremy Rifkin elogia l’idea “genuinamente
rivoluzionaria” e l’abilità nello sfatare i miti delle
industrie dello sfruttamento che dicono di trattare “umanamente”
gli animali. Il Nobel ’03 della letteratura J. M. Coetzee lo
definisce “una bruciante accusa circa il modo in cui trattiamo gli
animali in un mondo costruito a nostro completo vantaggio”. Per
Jane Goodall, grande etologa e autrice de L’ombra dell’uomo, questo
libro “può cambiare il modo di pensare”.

Jeffrey Masson, scienziato scrittore d’un best-seller mondiale
sui sentimenti degli animali, chiosa: “è la migliore
introduzione al problema dei diritti animali che sia mai stata
scritta”.

Come nasce tutto, non solo il libro, ma proprio l’idea, la
sensibilità,la storia? Lo racconta Tom Regan in persona,
durante questa ‘prima’ italiana. Lui da ragazzo non aveva una
particolare predisposizione all’amore per le bestie. Anzi, ha fatto
anche, durante gli studi, il garzone d’una macelleria.

Quello che cambiò la sua visione, scoppiò… in
Vietnam. Una volta laureatosi, cominciò a cercare, come
filosofo, materiali contro la guerra. E gli capitò per le
mani un’opera, ‘Storia dei miei esperimenti con la
realtà’.
L’autore era Mohandas K. Gandhi.

La ricerca della verità, il rifiuto della violenza lo
colpirono.

Cominciarono così ad apparire diversamente gli episodi di
maltrattamento finor reputati normali. Diventa vegetariano,
affinché “la forchetta non diventasse un’arma per
uccidere”.

Durante la conferenza, ricorda dolorosamente uno straziante
episodio di uccisione… che riecheggia tutte le sofferenze,
di tutti gli animali: come fanno le industrie di vivisezione a dire
che i loro metodi sono “umani”, se “umano” vuol dire con
compassione, pietà?

Questo libro è stato scritto per gli attivisti, per i
loro amici, per coloro che sono intorno e che non credono a
ciò che diciamo.

Coraggio; “it’s a hard work”, non c’è alcuna “buona
giornata” per gli animali che soffrono, e il peso di questa
consapevolezza fa pagare una penale a chi ce l’ha.

Ma la collera va rivolta contro la “violenza
istituzionalizzata”: l’industria della caccia, della ricerca, dello
sfruttamento, è violenta – ma, istituzionalizzata, tende a
diventare invisibile. Siccome gli abusi non si vedono, chi li
compie non viene punito.

Ma prima o poi, le gabbie rimarranno davvero vuote…

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