Gianni Berengo Gardin. I fotografi testimoni dei nostri tempi

Uno dei fotografi italiani più conosciuti e amati si racconta ai nostri microfoni.


Ha lavorato per diversi giornali, italiani e stranieri che vivevano
di fotoracconti: Il Mondo, Epoca, Le Figaro, L’Espresso, il Time.
Oggi il fotoreportage si vede poco, qualche esempio rimane sul
mensile L’Europeo. Secondo lei questo crea una lacuna a livello di
percezione della storia?

Sicuramente, perché ormai vanno più il digitale
e il video del giornale stampato: questa è una grave perdita
per il giornalismo italiano. Ormai c’è un esibizionismo
dilagante di persone che vogliono farsi vedere in
televisione.

 

Si sente più artista, interprete o testimone?

Assolutamente non un artista, sono solo, come diceva
giustamente, un testimone della nostra epoca: tutti gli avvenimenti
che ho fotografato sono testimonianze di fatti accaduti.

 

Tra i personaggi che ha avuto modo di conoscere
durante la sua carriera c’è qualcuno che ricorda in
particolare?

Ho fatto un libro in cui ci sono 120 personaggi, che non sono
dei normali vip, ma sono tutti amici. Molti sono rimasti amici:
Renzo Piano e Paladino come artisti e uomini di cultura viventi,
poi negli anni passati Peggy Guggenheim e tutti gli artisti che
giravano attorno a lei, che io allora frequentavo perché
abitavo a Venezia.

 

In un’intervista rilasciata a Frank Horvat ha detto
“Il fotografo guarda sempre in un modo diverso dai non-fotografi”.
Qual è il suo sguardo?

È lo sguardo dei fotografi della mia epoca, come
Cartier Bresson, William Klein, Elliott Erwitt: abbiamo un modo di
vedere forse diverso da quello che è oggi. Io di solito
cerco di essere il più obiettivo possibile, però non
sempre si riesce ad essere obiettivi, perché si partecipa a
quello che si fotografa.

 

Quali sono i suoi colleghi punti di riferimento,
modelli?

Ne ho troppi! (ride) Dai fotografi della Farm
Security Administration, ai fotografi di Life, Dorothea Lange, Jane
Smith, Klein, Erwitt, sono centinaia… E poi degli italiani
Ferdinando Scianna, Francesco Cito, Ivo Saglietti. Ce ne sono
tantissimi di fotografi ancora che fotografano in un certo modo, il
modo mio, il modo a cui sono più vicino.

 

Per quanto riguarda la fotografia dei paesaggi, qual
è il suo modo di raccontarli?

Di paesaggi ne ho fatti pochi, solo quando lavoravo per il
Touring Club Italiano, no so se ho un modo diverso di raccontare i
paesaggi, è il mio modo. Diciamo che io non fotografo
paesaggi, ma fotografo uomini nel paesaggio.

 

Le è capitato di fotografare un paesaggio, poi
tornare dopo decenni e vederlo sventrato dal
cemento?

Sì, ho fatto un paesaggio in Toscana vicino a Siena,
nel 1965. Poi sono tornato ed era completamente stravolto
perché la strada che era una strada bianca è stata
asfaltata, hanno messo il guard rail, hanno rettificato le curve e
in più tutti gli ulivi e le piante che c’erano con la grande
gelata del 1985 sono morti, quindi quello che ho fotografato
è un paesaggio che non esiste più.

 

Nell’ambito del racconto sociale è uscito per
Contrasto a tre anni dal terremoto dell’Aquila il suo libro
“L’Aquila prima e dopo”. Qual è il suo rapporto con questa
città?

L’Aquila l’avevo già fotografata due volte negli anni
Settanta e nel 1985. Ora la città è completamente
stravolta ed è una cosa ignobile che non si faccia niente,
il centro storico tre anni dopo il terremoto è esattamente
come allora, sono state levate solo le macerie nelle strade.

 

Sempre per Contrasto è recentemente uscito
“Inediti (o quasi)”: le è capitato di rispolverare
dall’archivio degli scatti e di stupirsi di qualcuno che magari in
passato non aveva considerato?

In questo libro ci sono scatti dal 1954 fino agli inediti
recenti: qualcuno non è proprio inedito, ma sono fotografie
che sono state pubblicate su libri non di grande diffusione e
quindi per il grosso pubblico sono inediti. Sono sempre solo foto
di reportage, non di paesaggio. Sono scatti degli anni passati, che
o perché non ritenevo valessero qualcosa o per mancanza di
utilizzo non avevo pubblicato e adesso li ho ripescati. Il
vantaggio del negativo rispetto al digitale è proprio
questo, esistono gli archivi, mentre col digitale non sappiamo che
cosa succederà negli anni.

 

C’è uno scatto a cui più
legato?

In archivio ne ho un milione e 500 mila, ce ne saranno
centinaia a cui sono particolarmente legato!

 

Riguardo la fotografia digitale, qual è il suo
punto di vista rispetto al foto editing e alle nuove
tecnologie?

Mah, io non ho niente contro il digitale, però tra
digitale e pellicola, preferisco senz’altro la pellicola,
perché il digitale è estremamente freddo. È
forse più inciso, c’è più dettaglio,
però congela la situazione e non ha la plasticità che
ha il negativo.

 

Scegliere la pellicola o il digitale influisce anche
sul modo di raccontare?

Influisce, perché i giovani scattano tra virgolette a
vanvera. Poi dicono “salviamo tutto con Photoshop”: io Photoshop lo
abolirei per legge, perché una foto taroccata con Photoshop
non è più una fotografia, ha il valore di
illustrazione come erano le pagine della Domenica del Corriere. Chi
usa Photoshop non lo dichiara e quindi noi non sappiamo se vediamo
delle foto che sono reali o sono inventate alla sera smanettando.
In America ormai quando vendi una foto tutti i giornali ti fanno
firmare una dichiarazione per confermare che la fotografia non
è manomessa, taroccata.

 

Cosa direbbe a una persona che prende in mano per la
prima volta una macchina fotografica? – anche se è una
macchinetta digitale?

È molto difficile dar consiglio ai giovani
perché c’è un disorientamento… In questo
momento tutti vogliono fare gli artisti e non i fotografi e quindi
inseguono certi tipi di fotografia più concettuale,
più artistica che di documentazione fotografica come
dovrebbe essere. Anche perché la stessa foto io a un
giornale la vendo a 150 euro, un artista, se è d’accordo con
un buon gallerista, la vende come minimo a 20 mila euro.

 

Siamo nella società dell’immagine, Sartori ha
scritto un saggio “Homo videns” per definire l’uomo di oggi, invaso
dalle immagini, che fruisce velocissimamente dei contenuti, magari
simultaneamente. Ma quanto le persone vedono o osservano
oggi?

Come in tutte le cose c’è il buono e il cattivo, molti
non osservano, ma moltissimi osservano, infatti alle mostre della
Magnum (una delle più importanti agenzie fotografiche al
mondo con sedi a New York, Parigi, Londra e Tokyo, fondata nel 1947
ndr.) c’è sempre una quantità di gente
smisurata perché la gente ha bisogno di immagini vere. Ma
adesso va soprattutto il gossip, le donne nude, mezze nude, tre
quarti nude, le veline e la maggioranza dei giornali ha quello,
però c’è anche gente – non tra i giovani, che sono
condizionati da questa valanga di foto senza valore che vedono sui
giornali – che vuole vedere fotografie di un certo tipo. Lo vedo
coi miei libri: non li vendo ai giovani, ma ad architetti che non
hanno niente a che vedere con la fotografia, uomini di cultura.

 

Lei ha pubblicato diversi libri…

Ne ho pubblicati credo 210 finora, dopo i 200 non li ho
più contati: volevo arrivare a 200 in questa vita e ci sono
arrivato! Poi però ne ho quasi 3000 di colleghi che sono
molto più bravi di me.

 

Nella sua carriera ha mai avuto delle relazioni con
degli scrittori, magari per il racconto delle sue
fotografie?

Negli anni passati sì, ero molto amico di Mario
Soldati, di Giorgio Bassani e poi più o meno quasi tutti
scrittori di nome hanno fatto dei testi ai miei libri. Soldati ha
scritto i testi del mio primo libro fotografico “Venise des
Saisons”, era un libro su una Venezia diversa, non turistica, non
estiva. Avevo provato ad offrirlo ad editori italiani che l’avevano
rifiutato perché dicevano che era un libro troppo triste.
Poi con le stesse foto ho fatto una mostra all’Istituto di
architettura di Londra, è passato di lì un grande
editore svizzero, le ha viste, mi ha mandato un telegramma e in 22
giorni è uscito il libro che adesso è quotato
moltissimo perché forse è il lavoro migliore che ho
fatto.

 

Perché in Italia c’è questa
chiusura?

In Italia sono negli ultimi anni inizia a essere considerata
la fotografia; prima era considerata una cosa molto marginale,
mentre in Francia, Germania, Inghilterra la fotografia è al
pari delle altre culture. In Italia, forse perché abbiamo
troppe opere d’arte vere, la fotografia è stata un
po’ignorata, adesso meno, infatti si fanno molte mostre però
c’è una confusione enorme, basta che uno abbia un cugino
assessore a qualcosa che gli pubblica il libro anche se le
fotografie non valgono niente. Cambierà senz’altro, ma
sempre in peggio…

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