Caro Prof. Il ricordo di Giorgio Celli

Un ricordo di Giorgio Celli, etologo ed entomologo, grande divulgatore scientifico e conduttore televisivo (nonché caro amico).

Caro Prof.,

ti scrivo in un momento piuttosto triste: sto scegliendo i
vestiti per andare al tuo funerale e approfitto della mia
indecisione sulla camicia blu o azzurra per scriverti questo mio
ultimo saluto. Ma da dove iniziare? Quali sono le parole che
esprimono i tanti momenti passati insieme? E tutte le cose che ci
siamo detti? L’unico termine che mi viene in mente e che esce dalla
mia bocca è un “grazie”. Grazie per le tante cose che mi hai
trasmesso, dalle più effimere e divertenti come le serate
che abbiamo passato insieme, alle più profonde che hanno
tracciato un solco nella mia vita.

Che ne dici? Iniziamo da quelle effimere? E quindi grazie per
le belle serate passate insieme, serate che hai dedicato
gratuitamente per divulgare il progetto Eugea in giro per l’Italia.
Serate spesso finite in trattorie a scegliere dal menù le
portate con il contenuto più alto di grassi insaturi, oppure
quelle fritte nello strutto, condimento da te molto amato. A
proposito, mi sembra proprio il momento di farti una confessione:
ogni volta che ordinavi il vino mi venivano i sudori freddi. Non ho
mai capito infatti la tua insana passione per il Lambrusco, vino, a
mio parere, pessimo. Comunque, come ben ricordi, non ho fatto lo
schizzinoso e ti ho accompagnato nelle colossali bevute della
frizzante ambrosia degli dei (per te). E che dire dei consigli di
vita che somministravi soprattutto durante il viaggio di ritorno?
Quelli relativi a come comportarsi con l’altro sesso sono delle
piccole gemme che custodisco gelosamente.

– “Accinelli, mi raccomando, con le donne devi mentire,
mentire sempre!”

Nel silenzio di casa mia, con i vestiti sparsi sul letto
pronti per essere indossati per venire al tuo funerale, queste
parole mi riecheggiano nella mente.

E ti assicuro, caro professore, che quel saggio consiglio l’ho
praticato in passato e lo pratico costantemente nel presente con
mia moglie, la quale, fortunatamente, non può fare da
testimone.

A proposito di mia moglie, ti ricordi quando, durante la festa
del tuo compleanno, ti annunciai il mio matrimonio? Memorabile fu
la tua risposta:

“Accinelli! Il matrimonio non è solo la tomba
dell’amore, è anche la tomba dell’uomo!”

E anche in questo caso, caro Prof., avevi ragione.

E così tra una uscita e l’altra la vita è scorsa
velocemente. Pare ieri il giorno in cui diciotto anni or sono,
sostenni l’esame con te (decidendo poi di diventare ufficialmente
entomologo) e ora è il momento di vestirmi per andare al tuo
funerale.

Alla fine ho scelto la camicia azzurra, caro prof. quella blu
mi sembra un po’ troppo lugubre e non voglio ricordarti con
tristezza. Piuttosto vorrei ricordare il tuo sguardo acceso sempre
pronto a fare domande e a curiosare su tutto. “Un uomo pericoloso
è un uomo che sa una cosa sola”, amavi ripetere invitandoci
ad uscire dai nostri laboratori per affrontare il mondo. Un luogo
comune universitario recita infatti che la vera scienza si fa solo
nei laboratori e che renderla popolare equivale a tradirla. Niente
di più falso, sostenevi, per renderla accessibile alle
persone, non bastano solo gli strumenti dello scienziato, ma sono
necessari anche quelli del letterato, dell’artista, dell’attore.
Strumenti che spesso gli scienziati non hanno ed è per
questo che si riparano dietro quella che chiamano ipocritamente
“purezza”. E invece, caro prof. tu questi strumenti divulgativi li
possedevi. E pure di altissimo livello. Ti ricordi quella volta a
Vignola quando hai incantato una folta platea di bambini
raccontando storie degli animali del prato? E poi non avevi di
certo paura a mettere in gioco te e la “faccia da scienziato e da
professore universitario”. Sempre durante quella conferenza a
Vignola hai strappato ai bambini una sonora risata facendo il verso
e i movimenti dello scimmione! Devo dire che quella parte ti veniva
particolarmente bene e che anche io, quella sera, ho riso a
crepapelle. Ma non solo avevi gli strumenti: ce li hai anche
trasmessi! Certo, nessuno di noi allievi possiede integralmente le
tue doti, ma sono sicuro che se saremo in grado di rimanere uniti,
il gruppo, sommando le capacità ereditate singolarmente,
saprà continuare il tuo lavoro. Alcuni di noi sono
scienziati rigorosi, altri sanno scrivere, altri ancora sono
bravissimi con i bambini, i veri depositari del nostro futuro. E
quindi insieme porteremmo avanti i tuoi ideali, il tuo amore per la
natura e per la conoscenza e proseguiremo la tua opera per rendere
l’Italia un paese più bello e più sano anche dal
punto di vista ambientale. Su una cosa però siamo tutti
bravissimi e forse alcuni hanno superato il maestro: la
capacità di mangiare fritti, salsicce e salumi a profusione!

E insomma caro prof. la camicia azzurra è ormai
indossata, sono pronto per uscire per renderti l’ultimo omaggio. Ma
prima di varcare la soglia di casa mia vorrei, oltre a un grazie,
dirti un arrivederci. Lo so che tu eri un positivista e che
pensavi che oltre alla materia non ci fosse nient’altro,
però ti prego, cerca di rimanere aperto come era tua
consuetudine e considera anche un altro punto di vista. Forse
hanno ragione gli antichi Greci che sostenevano che dentro di noi
c’è qualche cosa che non muore e che si dissolve per poi
ricostituirsi e rinascere. E forse questa forma di
immortalità non è poi così lontana da come ci
si immagina. Forse ciò che si ripresenta dopo ogni fine e a
ogni nuovo inizio è la capacità di rimanere aperti e
la curiosità “infantile” di porci milioni di domande. Forse
è proprio quel brillare degli occhi che si accende ogni qual
volta ci stupiamo per qualcosa E in te, caro prof., questa
scintilla era evidente e ti illuminava il viso quando accarezzavi
un gatto o quando incantavi le platee con la tua retorica
sopraffina. E sono sicuro, caro prof, che, così come questa
scintilla ti ha accompagnato per tutta la tua avventurosa
esistenza, non ti ha abbandonato nell’estremo momento in cui l’hai
lasciata. E quindi, se hanno ragione i Greci, caro prof., ci
rivedremo, anzi, continuiamo a vederci e a stupirci insieme per la
vita che avidamente hai cercato di carpire con la tua intelligenza.
E di nuovo i nostri occhi brilleranno alla vista di una farfalla
volteggiante nel cielo, o per una cavalletta che improvvisamente
salta tra l’erba alta. E io sarò di nuovo felice.

 

La prossima volta però, ordiniamo del Sangiovese per
favore!

 

Gianumberto

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