Hindu si nasce, non si diventa

Essere Indiani Hindu significa o praticare una vita attiva nella religiosità, oppure vivere nella rinuncia in piena coesione con Dio.

L’elemento essenziale che contraddistingue un individuo hindu da un altro
è l’appartenenza di casta: l’indianità, nella sua
essenza, è caratterizzata da una svalutazione del concetto
di identità personale a favore del gruppo.
In un paese dove regnano le contraddizioni e le opposizioni,
nell’ottica della reincarnazione, tutto questo assume un magico e
sottilissimo senso: i livelli delle caste sono l’unica certezza
contingente e l’unica speranza di una migliore vita futura.

Di fronte alla sofferenza e all’apparente assurdità della
vita, l’uomo può liberarsi dall’eterno scorrere delle
esistenze, trovando se stesso come unica realtà, ma sempre e
solo in quanto appartenente ad un gruppo definito che gli fornisce
una sicura “identità”.

L’hindù deve realizzare anche i fini pratici della vita
contingente terrena: Kama (piacere) artha (prosperità) e
dharma (applicazione alla propria norma morale), ma, questo cammino
è riservato ad una piccola parte, la grande maggioranza
della popolazione vive la propria religiosità contingente
cioè la propria vita, per strada, nei mercati, in condizioni
miserevoli nel rispetto e nell’osservanza delle regole stabilite
dalla propria casta di appartenenza.

L’indiano può, insomma, vivere questa esistenza attraverso
due diversi atteggiamenti, dettati dalla posizione occupata nel
sistema delle caste: azione o rinuncia.
Il primo consiste nella devozione e il culto delle immagini per le
strade, seguendo appunto i riti di massa e partecipando
“attivamente” all’esistenza; il secondo invece consiste in un
completo abbandono e in una profonda unione con la divinità,
che è però riservato solo agli appartenenti alle
caste più elevate.
Queste due strade si escludono a vicenda (aut-aut) ma
contemporaneamente si comprendono, in quanto inseguono il medesimo
fine di salvezza.

Serena Penagini

 

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