Ho detto NO!

Nimby

Se si ha il dubbio che un’opera o un’infrastruttura possano

arrecare danno alla salute delle persone, all’ambiente, o al
paesaggio, i cittadini,
spesso assieme a delle parti
politiche, si associano e dicono “nimby”, “non nel mio
giardino”.

Ma quante volte si dice nimby nel nostro Paese, perché, e
soprattutto è sempre utile e doveroso? Se n’è
discusso il 13 marzo, alla terza edizione del convegno nazionale
Nimby Forum, organizzato dall’associazione Aris a Milano, al
Circolo della stampa.

“In Italia c’è moltissimo nimby, cominciamo a capirne
solo adesso le ragioni”, afferma Alessandro Beulcke, presidente
dell’associazione. “Da una parte i meccanismi dell’informazione
sono ancora insufficienti, dall’altro c’è una cultura
ambientale non ancora così forte.”

E così, attraverso i dati dell’osservatorio, si scopre
che le opere contestate, attualmente, sono 193 (la maggior parte
delle quali in Lombardia) e che gli articoli che ne hanno parlato
nel 2007 sono 4.116, 100 in più dell’anno scorso e circa
1.000 in più rispetto alla prima edizione del forum, nel
2005.

Perché? Secondo alcuni relatori, come Chicco Testa, ora
presidente di Roma Metropolitane ed ex presidente di Legambiente,
non sempre le motivazioni hanno carattere scientifico; talvolta
sono solo emotive.
E rischiano, forse, di creare più danni, ai cittadini e
all’ambiente, di quanti ne vogliono arginare.

Che fare, quindi? Secondo Beulcke bisogna “promuovere
l’informazione scientifica
e laica” e anche la
chiarezza e il dialogo tra i cittadini e le imprese, per uno

sviluppo sostenibile
e duraturo che soddisfi entrambe
le parti.


Chiara Boracchi

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