I 12 buchi neri della Terra

Sono dodici, in tutto il mondo, i peggiori crimini contro la natura: buchi neri per il diritto, per l’ambiente, per i risarcimenti. Tragedie che, da Bhopal alle isole Kiribati, da Fukushima alla Deepwater Horizon, potevano essere evitate (o almeno riparate) con regole giuridiche internazionali migliori: quelle chieste dalla Fondazione Sejf.

Disastri ambientali, giustizia negata. Sono questi i tratti
ricorrenti di dodici storie emblematiche fra le centinaia possibili
scelte dalla Supranational
Environmental Justice Foundation
per rendere evidente come
molte delle più gravi sciagure che feriscono la Terra, buchi
neri di inquinamento e di ingiustizia, potrebbero essere contenute
o evitate con una legislazione internazionale più efficace. O
almeno risarcite in modo adeguato.

Nel corso del convegno internazionale ”Ambiente e salute, verso
una giustizia globale” il presidente Antonino Abrami, giudice di
Cassazione e tra i massimi esperti di ambiente, ha ricandidato
Venezia come sede del Tribunale penale europeo dell’ambiente. Al
convegno, organizzato nella Scuola di San Giovanni Evangelista,
hanno partecipato molti studiosi provenienti da tutto il mondo, tra
i quali il Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel, presidente
dell’Aies (International Academy of Environmental Sciences),
l’astrofisico veneziano Fabrizio Tamburini e, in video, Paolo
Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale
italiana; Daniele Grasso in rappresentanza degli avvocati di
Venezia.

La Fondazione Sejf ha fatto il punto sugli ‘ecocidi’ nel mondo,
presentando un dossier su 12 crimini esemplari contro la Terra e
l’umanità.


Bhopal, India
(1984)
Un elenco che parte
dall’avvelenamento della città indiana di Bhopal nel 1984.
Sono trascorsi 30 anni dalla tragedia. L’esplosione di 40
tonnellate di isocianato di metile nello stato indiano di Madhya
Pradesh della fabbrica di pesticidi della Union Carbide è
rimasta impressa nella memoria collettiva come il primo incidente
ambientale di portata mondiale. Le famiglie delle 15mila vittime
ricevettero come risarcimento l’equivalente ciascuna di 500 euro.
La nube uccise in poco tempo 2.259 persone e ne avvelenò
decine di migliaia. Il governo del Madhya Pradesh confermò in
seguito 3.787 morti correlate all’evento. Otto ex dirigenti
dell’impianto sono stati condannati a due anni di carcere e 100.000
rupie (circa 2000 dollari) di multa.


Golfo del Messico, Usa
(2010-)

La marea nera fuoriuscita dalle condutture sottomarine della
piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del
Messico è stata il più grave danno ambientale della
storia Usa. Il 20 aprile 2010, durante la costruzione di un pozzo a
1500 metri di profondità nel Golfo, si verificano
un’esplosione e un incendio, con fuoruscita di petrolio dalle
profondità del fondale marino e settimane di tempo per turare
la falla. Si registrano anche 11 morti, morìe di animali
marini, gravi danni ambientali e turistici per le coste della
Louisiana.


Chernobyl, Urss
(1986-)
Il 26 Aprile 1986 si
verifica l’incidente nucleare più grande della storia, l’unico
con Fukushima classificato a livello 7 (il più alto) della
scala Ines dell’IAEA. Le cause furono indicate in gravi mancanze da
parte del personale, in problemi relativi alla struttura e alla
progettazione dell’impianto e nell’errata gestione della centrale.
Il surriscaldamento provocò la fusione del nucleo del reattore
e l’esplosione del vapore radioattivo, che sotto forma di una nube
pari a un miliardo di miliardi di Bequerel si disperse nell’aria e
ricadde in mezza Europa. Il rapporto delle agenzie dell’Onu
contò 65 morti e stimò altri 4.000 decessi dovuti a
tumori e leucemie. Secondo altre stime i morti sono dieci volte di
più.


Kiribati e Maldive
(2008-)
L’innalzamento
dell’oceano dovuto al cambiamento climatico costringerà alla
migrazione oltre 350mila abitanti. Il presidente sta negoziando
l’acquisto di terreni nelle Fiji per consentire la migrazione della
popolazione.


Alberta, Canada
(2012-)
Lo sfruttamento delle
sabbie bituminose ai piedi delle Montagne Rocciose in Alberta
(Canada), nelle quali sono contenuti 2 trilioni di barili di
petrolio sporco, viene considerato da molti organismi
internazionali come l’attività industriale più dannosa
del pianeta. Per estrarlo si è già arrivati a distruggere
una regione grande quanto la Florida. E per trasportarlo stanno
studiando l’oleodotto Keystone XL che taglierà in due tutto il
Nord America, come una lunga cicatrice.


Il Delta del fiume Niger, Nigeria
(1976-)

Da decenni un fumo intriso di sostanze pericolose si leva da questa
regione, grande come l’Irlanda. Per l’estrazione e il trasporto di
petrolio dal Delta del Niger ogni anno si brucia l’equivalente di 2
miliardi e mezzo di dollari di gas, secondo i calcoli della Banca
Mondiale. Miliardi di barili di petrolio sono già stati
estratti, grazie ai quali la Nigeria è uno dei primi
produttori mondiali di oro nero. E grazie ai quali popoli indigeni
sono stati deportati, i loro
leader martirizzati
, diritti umani violati, l’ambiente sporcato
da continui sversamenti e dalle combustioni controllate, con
ripetuti episodi di violenze dovute al tentativo dei più
poveri di rubare qualche tanica dagli oleodotti che solcano la
regione.

Indonesia
(anni ’60-)
La deforestazione, a parole combattuta dal
governo, in pratica pare continuare, con episodi di rilevanza
internazionale. Le foreste pluviali dell’Indonesia stanno
scomparendo, abbattute da imprese senza scrupoli per produrre carta
e olio di palma, o altri prodotti a basso prezzo. Le foreste
indonesiane sono uno dei più importanti ecosistemi del
pianeta, essenziali come produttrici di ossigeno, come carbon sink
per alleviare i problemi del clima mondiale, come custodi di specie
animali come l’orango e la tigre di Sumatra; come habitat del 12%
dei mammiferi, il 15% dei rettili e il 17% degli uccelli
dell’intero pianeta.


Fukushima, Giappone
(2011-)

Dopo terremoto e tsunami dell’11 marzo, numerosi reattori nucleari
giapponesi vengono danneggiati e spenti. L’impianto di Fukushima
rischia di fondere e da allora si sta pompando acqua per
raffreddarlo. Livelli di radioattività illegali, sversamento
di acque contaminate nell’oceano, danni per 640 miliardi di
dollari. Nel raggio di 30 km lo sgombero interessò più di
110.000 persone, di cui oggi più di 21.000 vivono ancora fuori
dalle loro abitazioni, e sarà così per i prossimi 20.000
anni.

Danubio, Europa dell’Est (2000-)
Era larga 50
km e viaggiava a 5 chilometri l’ora l’onda di cianuro partita il 31
gennaio 2000 dalla miniera d’oro Esmeralda, ad Auriol, in Romania.
Due affluenti, che furono dichiarati “morti” dagli scienziati, le
permisero di arrivare al Danubio, da dove poi puntò alla foce
del fiume blu, la più grande e preziosa zona umida d’Europa.
Dopo dieci anni
un incidente simile si è ripetuto
, questa volta con una
marea rossa di metalli tossici.


Lago Agrio, Ecuador
(anni ’60-)
La multinazionale
Chevron-Texaco, durante le operazioni di esplorazione e
sfruttamento delle risorse petrolifere nell’area del Lago Agrio, ha
inquinato oltre due milioni di ettari, contaminando la foresta
amazzonica, riversando 60 miliardi di litri di reflui tossici
nell’acqua utilizzata dalle popolazioni locali. La multa record
inflitta (9 miliardi di dollari) è tuttora contestata dalla
compagnia petrolifera che reclama la falsità di tutte le prove
raccolte in trenta anni dalle popolazioni locali.


Abra Pampa, Argentina
(anni ’50-)

C’è una montagna di piombo in Argentina. Non in senso
figurato. E’ davvero una montagna, Abra Pampa, non di formazione
geologica, bensì industriale. 30.000 tonnellate di piombo
residuo delle lavorazioni delle fabbriche di Huasi, chiuse nel 1985
dopo aver funzionato per tre decenni. Una bomba ecologica e
sanitaria per un’intera regione nel nord dell’Argentina.

Haven, Mare Mediterraneo (1991)
Lo sversamento
di oltre 134 mila tonnellate di petrolio sui fondali del Mar Ligure
nel 1991, per l’incidente della nave Haven (un’emorragia di 4
giorni, dall’11 al 14 aprile 1991) ancora oggi produce effetti
negativi nell’ecosistema. Ma soprattutto non ha innescato
l’allestimento di quella rete di protezione: ad esempio il divieto
di navigazione nei mari chiusi per navi petroliere o cargo di
rifiuti industriali che, dopo simili disastri, ci si sarebbe
aspettati.

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