I 6 punti di pressione letali per il clima

L’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico ha scoperto le sei aree del mondo critiche per gli equilibri climatici, in riferimento agli effetti sull’Europa.

L’equilibrio climatico del pianeta dipende da sei punti critici.
“Abbiamo solo mostrato un’istantanea del nostro sapere, ma è
la più nitida finora scattata”, afferma con una punta di
orgoglio e di preoccupazione Anders Levermann, a capo dell’Istituto
di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico (Pik).

Sono state individuate sei zone il cui cambiamento avrà
“grandi impatti sull’Europa”, sottolinea l’Istituto. E la
probabilità di una loro “transizione climatica” aumenta a
causa dell’incremento delle temperature medie globali provocato dai
gas serra emessi dall’attività umana. Non sono
esclusivamente aree geografiche circoscritte, nei sei punti critici
sono presenti anche fenomeni climatici e naturali.

In almeno una di queste aree, la calotta dell’Antartico
occidentale, il processo di “destabilizzazione” potrebbe essere
già cominciato. “La comprensione di questi processi è
di fondamentale importanza come base per le future decisioni
economiche e sociali – ha affermato Levermann – dal punto di vista
della valutazione dei rischi, la scienza diventa qui un supporto
molto utile per i politici e i decisori, dando informazioni sulle
probabilità e i possibili effetti di transizioni climatiche.
Non far nulla non è un’alternativa”.

Questo lavoro fornisce una nuova valutazione dello stato attuale
dei sei punti potenzialmente instabili nel sistema climatico
mondiale, che nello studio vengono denominate ‘tipping elements’.
Il termine scientifico “tipping point” si riferisce a una soglia
critica, in cui una minima perturbazione può
qualitativamente alterare lo stato d’equilibrio di un intero
sistema. Qui, il clima. Sono cioè punti critici, capaci
appunto di destabilizzare l’equilibrio climatico mondiale.

1. Mare di
Amundsen, Calotta dell’Antartico occidentale

Anders Levermann, ricercatore del Pik e autore principale dello
studio, sembra particolarmente preoccupato per il futuro della
calotta di ghiaccio nel Mare di Amundsen, in Antartide. Lo
scienziato non esclude, infatti, che la “destabilizzazione” di
questa zona sia già in corso. La completa disintegrazione
della calotta glaciale potrebbe richiedere centinaia di anni, ha
spiegato Levermann, ma durante questo processo gli effetti
potrebbero essere significativi. Ad esempio, un collasso “parziale”
della calotta equivarrebbe – come indicato da ricerche precedenti –
a un innalzamento dei livelli dei mari di 1,5 metri. La maggior
parte delle dighe in Europa può essere aumentata non
più di un metro. Oltre a questo, lo scioglimento dei ghiacci
di quest’area dell’Antartico cambierebbe l’attrazione
gravitazionale verso il polo, causando un rilevante innalzamento
dei mari davanti alle coste europee.

2. Ghiacciai
artici

Il ghiaccio marino artico può avere un impatto sul sistema
di regolazione dei campi di alta e bassa pressione nella sfera
atmosferica sopra l’Atlantico del Nord. L’impatto meteorologico
potrebbe essere la formazione di tempeste provenienti
dall’Atlantico verso l’Europa.

3. Ghiacciai
alpini

I ghiacciai alpini sono considerati i più “vulnerabili” al
riscaldamento globale e la riduzione di quelli alpini ha già
“effetti sulla disponibilità di acqua nella regione”:
basterebbe un aumento di 2 gradi della temperatura per provocare
quasi il totale scioglimento di questi ghiacciai.

4. Calotta
glaciale della Groenlandia

Lo scioglimento potrebbe interferire negativamente sulla
circolazione delle correnti atlantiche, compromettendo sia i
corridoi ecologici usati dalla fauna marina, che i micro climi
delle aree costiere bagnate da queste acque. A differenza della
calotta antartica, quella della Groenlandia si trova per buona
parte sul terreno, e non a diretto contatto con l’acqua del mare,
che ne accelererebbe il deterioramento. Gli studiosi sostengono che
ci vorranno almeno tremila anni perchè si sciolga
completamente.

5. Circolazione
atlantica termoalina

Indica la struttura delle correnti marine, causata dalla variazione
di densità delle masse d’acqua. C’è una grande
“incertezza” sul futuro di quest’area, i cui meccanismi potrebbero
venire modificati da afflussi di acqua fredda provenienti dallo
scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia e da cambiamenti
dell’andamento delle precipitazioni atmosferiche. La densità
della circolazione è determinata dalla temperatura e dalla
salinità delle acque.

6. L’ozono
stratosferico dell’emisfero Nord

I ricercatori non sono particolarmente preoccupati per il futuro
dell’ozono stratosferico dell’emisfero Nord. Il ruolo fondamentale
che svolge consiste nell’assorbire gran parte delle radiazioni
solari. La diminuzione di ozono stratosferico sull’Antartide
produce una riduzione della pressione accentuando il raffreddamento
della parte più interna del continente antartico.

Per la prima volta, infatti, numerosi esperti hanno partecipato
alle ricerche analizzando insieme tutto il sapere attuale sulle
transizioni climatiche. La valutazione che ne è risultata
è, per definizione, in costante evoluzione – ha tenuto a
precisare Levermann – ma è stato possibile approfondire le
conoscenze dei sistemi in questione.

Articoli correlati