I Veda

Tra i pi

In sanscrito, l’antica lingua colta indiana, Veda significa “io
so”. Se qualcuno nota la somiglianza con il latino video, non
sbaglia, la radice è la stessa: per conoscere bisogna
vedere, e Latini e Indiani, tramite la stessa radice vid, non
facevano altro che sottolineare due aspetti del medesimo atto: gli
uni il vedere, gli altri il conoscere.

Con il titolo di Veda ci si riferisce a una raccolta di inni.
Tale raccolta comprende scritti di un periodo millenario, che corre
dal 1800 a.C. all’800 a.C. Inni per quale religione? E formulati da
quale società?

Il primo pericolo è credere che tali inni incarnassero il
credo e le aspettative dell’uomo medio in India a quell’epoca
(grosso modo 1800-800 a.C.). Improbabile che fosse così: gli
inni confluiti nella raccolta “Veda” vennero compilati da famiglie
di sacerdoti, e solo di tali famiglie riflettono la visione. Non
abbiamo elementi per valutare quanto la società
contemporanea fosse pervasa dalle medesime istanze.

Dato che questa raccolta venne redatta nel corso dei secoli da
famiglie-caste di sacerdoti, ogni famiglia ha la sua versione, la
sua edizione. Una famiglia ha tralasciato brani che l’altra ha
prediletto, una terza ha disposto i medesimi inni secondo un ordine
diverso, e così via. Ma nessuna differenza sostanziale, in
fin dei conti.

Quattro i filoni seguendo i quali il lettore oggi può
accostare i Veda:
il rg-veda, ossia il veda sotto forme di stanze (rc),
il jajur-veda, sotto forme di formule liturgiche (yajus), il
sama-veda, sotto forma di melodie liturgiche (saman), atharva-veda,
nella edizione della famiglia degli Atharvan.

Non si tratta di comportamenti stagni: alcuni inni che troviamo
nella terza sezione possiamo trovarli anche nella prima; dipende
sotto che luce e a che pro vengono citati. Né si tratta di
materiale sempre coerente: i Veda non nascono come una summa
concepita nella sua interezza prima ancora che la si componesse, ma
come materiale progressivamente raccolto e “salvato”,
registrato.

Aldilà di questa prima suddivisione sulla base delle
funzioni assolte dagli inni, una seconda, decisiva distinzione
può effettuarsi sul genere, se si tratti cioè di
poesia o prosa. La prosa era confinata ai margini della
letteratura, con ruolo di commento dell’inno, o descrizione
manualistica del rituale; all’invocazione del divino viene serbata
la poesia.

Sergio Basso

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