Il cibo è come un gatto

“Non c’

Ogni volta che si addenta un cibo ci si chiede se è buono
o cattivo. Però attribuire al cibo qualche cattiveria
è sbagliato, quanto accusare il gatto di essere un serial
killer di topi. La funzione naturale di un gatto è di essere
un cacciatore di topi quanto quella di un cibo è di nutrire
con gusto. Ma se i gatti cominciassero a mordere e a mangiarsi le
persone saremmo davanti all’evidenza di qualcosa contro natura, di
sbagliato e fondamentalmente di cattivo. Altrettanto succede quando
un cibo è inquinante, senza un naturale sapore e
potenzialmente dannoso per chi lo usa. Nel caso dei gatti il
cambiamento di istinto può essere determinato solo dal
progetto di un’addestratore, malvagio killer di umani che ne cambia
la natura felina per asservirla a fini diversi da quelli naturali.
Altrettanto, se il cibo inizia a inquinare l’ambiente e la salute,
impoverisce chi lo coltiva e chi lo mangia, smette di avere
profumo, sapore e freschezza, ci troviamo di fronte alla
malvagità del progetto di cibo della attuale civiltà,
un cibo che non è più visto come fine ma come
strumento.
La dimostrazione più evidente di questa funzione di
strumento è che il costo vero del cibo, ovvero il costo in
azienda agricola, può attestarsi intorno al 15% del valore
finale che lo stesso cibo avrà nel supermercato al cliente
che lo compra per mangiarlo. Il cibo è diventato solo uno
strumento per rendere possibili altre manifestazioni di
utilizzazione del cibo stesso a scopo di lucro.

Confezionamento: quasi sempre si tratta di
involucri di materiali plastici che lo avvolgono e che devono
essere avviati in discarica, che inquinano l’ambiente quando sono
prodotti, quando sono eliminati e soprattutto rilasciano i loro
detriti allo stesso cibo che contengono, come il caso del latte
infantile nel tetrapak insegna; trasporto: i cibi
costano mediamente il 15% in più per i costi di trasporto
che, sempre mediamente, li avviano su distanze di 1.500 km prima di
arrivare sullo scaffale di vendita, bruciando migliaia di
tonnellate di petrolio al giorno che concorrono a sporcare l’aria
che respiriamo e a cambiare il clima del pianeta; perdita
della biodiversità:
per una commercializzazione
industriale dei cibi occorrono frutti e ortaggi il più
possibili uguali di pezzatura e tempi di raccolta, che crescono in
campi concimati chimicamente, capaci di sopportare la
frigoconservazione, di essere lavorati e confezionati a macchina e
sopportare urti e trasporti. Sono tutte caratteristiche che le
vecchie varietà non avevano e ciò ne ha determinato
il graduale e completo abbandono da parte dell’agricoltura. Queste
varietà antiche però avevano il sapore, i colori, la
morbidezza delle polpe e i profumi. Un tempo i mercati erano
profumati, oggi i banconi dei supermercati sono asettici e inodori;
intermediazione e certificazione: prima che il
cibo arrivi al cliente finale deve seguire una tortuosa strada di
vendite susseguenti. È notorio infatti come un supermercato
non compri mai dagli agricoltori direttamente. Passerà
quindi di mano più volte senza una precisa ragione. Ogni
passaggio deve essere spesso, come nel caso dei prodotti a
coltivazione biologica, seguito da una certificazione il cui costo
va poi a cumularsi sul prezzo finale.
Tutto ciò non accadrebbe se la gente potesse
comprare direttamente dalla fattoria invece che dal
supermercato.

Cosa ha cambiato il cibo? E soprattutto chi governa il cibo di
oggi? Chi è il responsabile del cambiamento?

Non lo sappiamo, è senza volto la regia del progetto di cibo
attuale e globale. A volte le si chiamano multinazionali e altre
grandi distribuzioni organizzate. Ma se il prodotto avesse le
stesse qualità di chi lo produce, ne portasse la sua
immagine e le stesse caratteristiche, l’identikit di chi crea i
progetti di cibo oggi è il seguente: persone insipide, che
stanno molto tempo su un mezzo di trasporto, che guadagnano non dal
fare ma dalla gestione e speculazione, persone noiose e annoiate,
senza fantasia, che amano gli impianti frigor, che non hanno un
odorato e un gusto affinato.
Il cibo di oggi ha molti marchi ma ha perso la faccia. Il cibo
prodotto e venduto direttamente in fattoria invece la faccia ce
l’ha: è quella dell’agricoltore che lo coltiva e lo vende
direttamente. Il cibo con una faccia è l’unico progetto che
possa avere speranza di contrastare il cibo massificato, è
l’unico progetto per un cibo non inquinante, saporito, fresco,
biodiverso, remunerativo per chi lo produce ed economico per chi lo
acquista.
Di questo cibo vogliamo parlare sabato 28 gennaio a
Cesena
organizzando un convegno su
Cibo Locale e Vendita Diretta”
per riunire
chi del cibo ne fa un fine così come lo fanno i semi: un
seme piantato ha come scopo quello di dare altro cibo che al suo
interno ha altro seme. Per questo allo stesso tavolo riuniremo
insieme i relatori e i semi della biodiversità rurale, quei
semi che scomparsi dai campi per lasciare il posto, nel progetto di
cibo globalizzato, agli ibridi e agli organismi geneticamente
alterati, rischiano di estinguersi nell’oblio. Di essi, per
diffonderli, ne faremo scambio gratuito fra conservatori e, a chi
non ne ha fra i visitatori, ne regaleremo qualcuno.

Alberto Olivucci
Presidente di Civiltà Contadina

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