Il ciclo di vita del pneumatico

Problemi ed effetti ambientali di un prodotto che si consuma molto velocemente e il cui ciclo vitale ha un grande impatto sull’ambiente: il pneumatico.

Secondo dati che risalgono al 1998 in Europa e America si consumano
ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di pneumatici.
L’Italia contribuisce con 330.000 tonnellate annuali.
Si tratta di un prodotto che usiamo tutti. Per capire quanto poco
sia eco-compatibile dobbiamo considerare anche il consumo di
materie prime ed energie, le modalità di produzione, di
distribuzione sul mercato e di smaltimento.

Il pneumatico è un prodotto che ha già subito molte
evoluzioni. Negli anni 60 e 70 i vecchi articoli a “camera d’aria”
sono stati sostituiti da una nuova generazione di pneumatici
“corazzati” con una rete di acciaio flessibile e robusta. Questo ha
portato a un drastico aumento della sua resistenza meccanica col
risultato che il chilometraggio percorribile è
raddoppiato.
Inoltre, grazie alle nuove tecnologie, il consumo energetico
necessario per produrre i pneumatici si è ridotto di circa
il 40% negli ultimi dieci anni.
Unico neo è che questa evoluzione abbia portato ad un netto
aumento del peso medio, poiché fra metallo e fasce
rinforzate il prodotto è “ingrassato” di qualche chilo.
Più pesante è l’auto, più carburante consuma e
quindi più inquina. Conviene allora secondo i progettisti
orientare gli sforzi verso lo studio di nuovi materiali per
alleggerire le ruote.

Resta il fatto che il ciclo vitale del pneumatico finisce comunque
e si pone il problema di come smaltirlo senza pesare
sull’ambiente.
Quanto materiale si lascia sull’asfalto prima che il meccanico, o,
peggio, un poliziotto stradale fa notare che la gomma è
“liscia”?
Secondo i calcoli degli esperti si perde meno dell’1% del peso
totale per arrivare a questo punto. In altre parole, se la gomma
pesa 10 kg si utilizzano meno di 100 grammi e si butta via il
resto.

Un altro dato importante: per trasformare il materiale del
pneumatico in qualcosa di assimilabile nell’ambiente i batteri
impiegano più o meno cento anni.

Insomma ci ritroviamo, nel nostro piccolo paese, con le solite
330.000 tonnellate all’anno da smaltire oltre a tutte quelle
accumulate in passato.
Se le bruciamo in discarica “arricchiamo” l’aria con un cocktail di
vapori sulfurei e composti organici clorurati.
Se le seppelliamo saranno i nostri discendenti a ritrovarsi degli
inquinanti altrettanto nocivi nel terreno.

Soluzioni possibili? Occorre trovare un sistema per riutilizzarli
in un modo diverso da quella che era la loro funzione originaria,
oppure bruciarli senza inquinare l’atmosfera, recuperando una parte
dell’energia termica che contengono (7500 Kcal).

Pierpaolo Neggia
Chimico

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