Il coraggio di mangiare

Avere un sano rapporto col cibo, dal punto di vista psicologico, significa anche accettare il fatto che ogni giorno abbiamo fame, e siamo dipendenti da questo per vivere in salute.

Il cibo che ingeriamo è connotato da due aspetti
fondamentali: materiali e quantitativi da una parte, energetici e
qualitativi dall’altra.

La
digestione
, che comincia dalla bocca terminando
nell’ultimo tratto anale dell’intestino, è un processo
biologico d’introiezione di materia e quindi di energia, ma non
solo. Dal punto di vista psicologico, col cibo introduciamo nel
nostro mondo interno porzioni di mondo esterno: quando mangiamo
ingeriamo anche la “visione del mondo” di chi ci nutre, “mettiamo
dentro” la qualità della relazione affettiva con il mondo e
le persone vicine che condividono il pasto con noi.

Cibarsi dipende, da un lato dalla nostra disponibilità ad
accettare una
dipendenza
sana, che si traduce nel riconoscimento del
bisogno di nutrirsi e di essere nutriti dal mondo con le sue cose e
relazioni, dall’altro si lega all’attivazione di una
capacità aggressiva sufficiente che legittimi a prendere,
manipolare, smontare e trasformare il “diverso” fino a poterlo
assimilare.

La persona che mangia in modo vario e completo, quindi, si rende
disponibile a edificare internamente una struttura solida e
versatile a livello sia biologico sia psicologico, tale da saper
regolare il proprio rapporto col mondo garantendosi il diritto alla
sopravvivenza e alla piena
espressione di sé.

L’accettazione di un dualismo innato e in equilibrio dinamico
ammette che per amare si debba distruggere, che per assimilare il
cibo si debba poterlo preliminarmente “mordere”, semplificare e
“cuocere” internamente.
Tutto ciò consente la funzione alimentare, base fondante del
pensare e di ogni apprendimento affettivo.

Nell’anoressia,
al contrario, non è stata introiettata…

Nell’anoressia,
al contrario, non è stata introiettata la regola
fondamentale che la funzione alimentare insegna, ovvero che “per
vivere bisogna anche distruggere”. Solo con l’accettazione del
processo distruttivo implicato nell’afferrare, masticare, smontare,
mandar giù, unito all’azione distillante e alla funzione
assorbente intestinale, è possibile avere una trasformazione
e accedere ad un processo creativo.

L’anoressica che per definizione è portatrice del disturbo
dell’archetipo dell’alimentazione, a fronte di una fame abnorme e
insaziabile di cibo ricco di gusto, affetto, calore e relazione,
non si concede il diritto di mangiare.
Anche il legame di dipendenza, il bisogno essenziale e vitale
dell’altro è negato con l’anoressia.

Il corpo è esiliato dalla coscienza, tanto quanto non
è stato riconosciuto o rispettato nei suoi confini e nei
suoi bisogni.
Ma l’essere umano è onnivoro per conquista evolutiva, vale a
dire che, rispetto ad altre specie viventi, è capace di
conquistare e assimilare più ampie porzioni di mondo
(materia, relazioni, identificazioni, ecc… ) muovendosi verso un
ordine più vasto e di maggiore complessità dentro e
fuori di sé.

Quando il mondo da incorporare viene mutilato sempre più, la
persona si trova a cibarsi di soli “frammenti” scarniti della
totalità degli elementi, o di fantasie pericolose come
quella di poter vivere al pari delle piante di sola aria e luce.
Tutto questo può sfociare in un vero collasso
psico-somatico dove la consapevolezza della distinzione tra vita e
morte è persa, e dove tra umano e divino non c’è
grande differenza: a entrambi è concesso il privilegio di
non mangiare!

Claudia
Brianzoli

Psicologo clinico. Terapista di Rebirthing e
reikiterapia presso LifeGate Clinica Olistica

Pubblicato su LIFEGATE magazine n. 26 novembre-dicembre 05

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