Diritti umani

Il momento di fare qualcosa

Intervista a Sean Hepburn Ferrer, figlio dell’attrice Audrey Hepburn e promotore di All children in school, un progetto di scolarizzazione dei bambini dei paesi più poveri.

Parliamo con Sean Hepburn Ferrer di All children in
school
, un progetto umanitario per scolarizzare i bambini dei
paesi più poveri del mondo, in appoggio alla campagna
dell’Unicef già in atto per fornire l’educazione di base a
120 milioni di minori in dieci anni. A supporto di questo progetto
l’associazione Audrey Hepburn Children’s
Fund
, gestita dal figlio Sean, ha realizzato il cd di
world music All
children in school
, pubblicato in Italia dalla
Forrest Hill Records. Il cd si può acquistare presso i punti
vendita del consorzio “Le botteghe della Solidarietà”, le
librerie “Fnac”, e del “Gruppo Arion”, i megastore “Messaggerie
musicali” e i negozi specializzati.

Come nasce e in cosa consiste il progetto All children
in school?

All children in school è il modo in cui l’Audrey
Hepburn Children’s Fund vuole rinnovare, a distanza di dieci anni,
il suo rapporto con l’Unicef. Nel ’93, dopo la scomparsa di mia
madre, abbiamo innanzitutto creato un fondo presso l’Unicef
dedicato alla sua memoria che si chiamava Audrey Hepburn Memorial
Fund e, l’anno dopo, l’Audrey Hepburn Children’s Fund, che è
il nostro veicolo per lavorare nel mondo della beneficenza.
Inizialmente, il fondo era dedicato alla diffusione dell’educazione
in quattro paesi (in un secondo momento ne abbiamo aggiunto un
quinto) che mia madre, durante i suoi viaggi, aveva trovato a tal
punto sprovvisti di infrastrutture da sperare che un giorno il
corso della storia di queste nazioni sarebbe potuto cambiare anche
attraverso la scolarizzazione. Questi paesi sono tutti della fascia
subsahariana: Somalia, Sudan, Eritrea, Etiopia e, dopo un anno, il
Ruanda. A distanza di dieci anni, rinnoviamo il nostro impegno con
l’Unicef collaborando a un programma già esistente, cui i
governi dei paesi sviluppati hanno già aderito e che
consiste nell’istruire 120 milioni di bambini (dei quali 2/3 sono
femmine) che non hanno accesso all’educazione di base. Il nostro
modo di partecipare a questo progetto si chiama, appunto, All
children in school.

Perché un cd come strumento di diffusione del
vostro progetto?

Alla base del lavoro dell’Audrey Hepburn Children’s Fund c’è
sempre l’idea di creare dei prodotti: campagne di marketing per a
una causa benefica, mostre (una è in corso in Giappone e
presto verrà in Italia), un libro che io ho scritto (da noi
uscirà per la TEA l’anno prossimo) o questo cd. Invece di
organizzare la classica serata di raccolta fondi della quale, una
volta finita, non si parla più, volevamo realizzare un
prodotto che avesse un po’ più di vita e porci come un vero
partner business per l’Unicef, perché oggi il mondo della
beneficenza è diventato complicato a causa di alcuni
organizzatori che in passato hanno sottratto il ricavato dei grandi
concerti di solidarietà. Dopo queste esperienze negative,
viene spontaneo chiedersi: “Ma mi avranno fregato? I soldi andranno
realmente alla causa per cui sto lavorando?”. Ecco perché,
fra tutte le organizzazioni, abbiamo scelto come partner principale
l’Unicef: non solo perché ci lavorava mia madre, ma anche
perché è la fondazione per bambini più grande
al mondo, con un budget annuo di più di un miliardo di
dollari. L’Unicef ha una base governativa nelle sedi di New York e
Ginevra, ma le altre sedi nel resto del mondo sono delle “licenze”,
delle Ong con dipendenti che hanno avuto l’autorizzazione dalla
casa madre per raccogliere fondi a suo nome, ma i cui stipendi sono
pagati dai governi locali: ciò garantisce che tutti i soldi
raccolti vadano direttamente ai progetti per l’infanzia. L’Audrey
Hepburn Children’s Fund ne trattiene solo il 20% per le spese, ma
il resto va tutto all’Unicef.

Come sono stati selezionati gli artisti e i pezzi
inseriti in questo cd?
Facciamo un passo indietro.
Portare a scuola 120 milioni di bambini costerebbe 8 miliardi di
dollari l’anno, cioè otto volte il budget annuo
dell’Unicef…

Come sono stati selezionati gli artisti e i pezzi
inseriti in questo cd?

Facciamo un passo indietro. Portare a scuola 120 milioni di bambini
costerebbe 8 miliardi di dollari l’anno, cioè otto volte il
budget annuo dell’Unicef, cifra che questa organizzazione utilizza
per tutte le campagne che sostiene. Una grossa parte di ciò
che gestisce, inoltre, non è in denaro ma in aiuti
umanitari, inviati dai governi in caso di catastrofi naturali, che
non si possono quantificare economicamente. Un esempio: se la
Svezia invia in una zona colpita da una calamità naturale un
aereo con personale medico e farmaci, questo intervento non
è monetizzabile, perché, se dovessimo pagare ogni
aspirina e ogni ora di lavoro di un medico, avremmo una spesa da 25
milioni di dollari! Pensiamo agli aiuti che stanno confluendo
adesso nel sud degli Stati Uniti dopo l’uragano Kathrina: grazie a
Bush l’America sta regredendo da un paese sviluppato a un paese in
via di sviluppo!
Comunque, l’apporto della nostra fondazione è molto
limitato, ma l’importante è partire dai 25 paesi in fondo
alla lista delle nazioni più povere del mondo. Abbiamo preso
come nazioni pilota l’Iraq e l’Afghanistan perché riteniamo
che un grande aiuto per i bambini non scolarizzati non sia soltanto
fornire loro i libri o la valigetta che si chiama school in a box
(un kit completo di tutto ciò che serve per “fare scuola”),
ma formare dei maestri. Ancora un esempio: in Afghanistan negli
ultimi 15 anni non c’è stata un’educazione formale,
perciò in una classe di prima elementare ci sono alunni di
cinque anni e altri di quindici. Solo per affrontare questo
problema un maestro deve avere una formazione adeguata alla
situazione: è fondamentale istruire il corpo docente e
fornirgli il budget sufficiente, dando l’avvio a un sistema
educativo nei singoli paesi, anche perché l’Unicef non
potrà assisterli in eterno. E, dunque, dobbiamo iniziare a
piccoli passi.
Oggigiorno siamo arrivati a un punto in cui c’è la
tecnologia, ma non c’è la volontà, ci sono i soldi ma
la beneficenza non è più un lavoro per il singolo
individuo: ognuno di noi, comprando il cd o facendo un regalo per
Natale, può dare un suo contributo fattivo, anche se non
può risolvere il problema perché ormai si parla di
cifre esorbitanti.
Bisognerebbe fare come Bob Geldof con il Live 8: ha messo in
serio imbarazzo i governi del mondo, costringendoli a eliminare non
i debiti principali ma gli interessi supplementari su prestiti che
erano stati stabiliti negli anni ’70 con tassi del 10-12%. E’ cosa
nota che i paesi debitori avevano già saldato
abbondantemente il debito principale e stavano ripagando gli
interessi supplementari. Ora che sono stati anati, potranno
finalmente essere investiti diversamente. E’ poi è
importante che in ogni famiglia ci sia una persona che agisca
politicamente, partendo da gesti semplici come la raccolta
differenziata fino ad azioni di pressione sul governo del proprio
paese, attraverso gli strumenti contemplati in democrazia, al fine
di metter in cima alla lista delle priorità queste
problematiche. E’ la nostra ultima possibilità perché
fra vent’anni la Cina avrà un’economia pari a quella
dell’Europa e dell’America e noi non saremo più in posizione
di farlo perché quello che loro guadagneranno, noi lo
perderemo. Questa è la filosofia perversa di un mercato
libero che noi abbiamo creato e all’interno del quale dobbiamo
vivere e morire. E’ un po’ come un re che sta invecchiando e che
prima di abdicare concede l’Amnistia: se guardiamo alla storia del
mondo, siamo un po’ in questa posizione. Il momento di fare
qualcosa è adesso perché più si va avanti,
più si crea una distanza. Tutto ciò genera odio. E io
penso che la maniera migliore di combattere il terrorismo sia
l’educazione. Spendere miliardi per bombardare è già
stato fatto e non ha mai risolto niente.
Tornando al cd, gli artisti in qualche modo si sono
“autoselezionati”, nel senso che abbiamo fatto una lista dei
desideri con in mente un piano decennale, di sicuro con un concerto
futuro, non so ancora bene come sarà strutturato, ma
più avanti si farà. Gli artisti che erano più
adatti dal punto di vista creativo e che ci hanno messo meno
bastoni fra le ruote con le case discografiche, il management e i
diritti, sono stati i primi a essere scelti, anche perché
hanno compreso meglio il valore del progetto. C’erano due grandi
rockstar (di cui preferisco tralasciare i nomi) che ci avrebbero
decisamente aiutato a lanciare il progetto offrendoci due canzoni
molto famose però, visto che i brani erano conosciutissimi,
ci sembrava un po’ come fare un delicato albero di Natale con due
enormi decorazioni. Molto gentilmente abbiamo declinato l’offerta.
Volevamo un cd che fosse esclusivamente di world music con canzoni
molto equilibrate fra loro, un prodotto più completo anche
se meno commerciale.

Avete pensato ad altri strumenti per promuovere All
children in school
?

Stiamo ancora decidendo se mantenere lo stesso formato o fare
qualcosa di diverso. Ne stiamo parlando perché, avendo
creato un grosso battage per lanciare questo primo cd che a
tutt’oggi ha venduto oltre trentamila copie (Usa esclusi), stanno
spuntando offerte e proposte che mai avremmo pensato si sarebbero
concretizzate. Il nostro fine non è fare un cd e venderlo
solo a Natale, anche se può essere il periodo ideale, ma un
progetto a lungo termine che garantirà all’Unicef degli
introiti costanti nel corso degli anni.

Parliamo di sua madre: come si è avvicinata
all’Unicef e quale pensa sia stato il suo apporto personale alla
missione dell’associazione?

Mia madre diceva sempre: “Non sono né un politico né
un economista, ma sono una madre disposta a viaggiare”. Lei si
vedeva come parte di questa urgenza, sapeva benissimo che c’era
tanta politica dietro certi problemi. In questi ultimi anni abbiamo
assistito a terribili catastrofi naturali ma sappiamo altrettanto
bene che in Ruanda, in Somalia e in molti altri paesi africani sono
proprio le questioni politiche a causare disastrose condizioni di
vita, soprattutto per le donne e i bambini. Si è dedicata a
questa causa benefica anche sulla scia di un’esperienza personale:
ancora si ricordava di quando, dopo la II guerra mondiale,
l’associazione che avrebbe poi dato vita all’Unicef aveva
distribuito medicine, coperte, vestiti. Queste cose credo che non
si dimentichino mai. Dopo una vita vissuta in parte come una
tortura e una lotta per riuscire ad avere una carriera indipendente
e l’autonomia finanziaria per sé e la sua famiglia, senza
capire mai fino in fondo quello che la gente vedeva in lei – quello
che era il suo fascino -, ha trovato nella missione per l’Unicef il
modo di ringraziare il suo pubblico e “chiudere il cerchio” della
sua esistenza così breve. E’ stata una spinta umanitaria che
si è concretizzata in occasione di un invito a un concerto
di beneficenza. Quella sera c’era anche Jim Grant, all’epoca
direttore esecutivo dell’Unicef, che le propose di diventare
ambasciatrice dell’organizzazione per un compenso simbolico di un
dollaro all’anno.

Qual è stata l’eredità morale che le ha
lasciato sua madre?

Spesso mi ripeteva: “Non ho mai messo il mio nome su lenzuola o
asciugamani, sono contenta di poterlo mettere su questo progetto”.
Era molto felice che ci fosse ancora interesse per lei e di poterlo
utilizzare per una giusta causa come quella dell’Unicef. Una
volta, nel corso di un incontro con alcuni membri del governo
americano, li convinse in mezz’ora ad aumentare di 60 milioni di
dollari i fondi destinati all’associazione.
Penso che, se lei avesse avuto altri cinque minuti in questo mondo,
avrebbe voluto dire qualcosa per i bambini. Noi abbiamo
semplicemente raccolto il suo messaggio. Non sono una persona
migliore delle altre perché faccio beneficenza, è una
cosa che devo e voglio fare. Mia madre non ci ha lasciato delle
istruzioni, ma la sua sensibilità sì. Il libro che ho
scritto è dedicato agli ultimi due mesi trascorsi con lei.
Dalle nostre conversazioni ho potuto comprendere a fondo la sua
filosofia sulla vita, sulla moda, sul cinema.

Come è cambiata l’immagine pubblica di sua madre
dopo che è diventata ambasciatrice Unicef?
Non
penso che sia cambiata nel corso della sua vita. Di solito quando
muore un genitore, può capitare che erediti dei beni o
un’attività commerciale. Quando lei se ne è andata
via per sempre, ho ereditato la sua proprietà intellettuale
e, dato che ero il figlio maggiore e già lavoravo nel mondo
del cinema, è toccato a me accantonare la mia carriera di
produttore cinematografico per gestire la sua immagine. Devo dire
che in dieci anni ho visto cose straordinarie: anche i teenagers di
oggi sono suoi grandi fans. Ci sono ancora adesso moltissime
persone che, attraverso i suoi film, apprezzano quella sua
ingenuità che ispira fiducia.

Olimpia Ellero

 

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