Il mondo al di l

Umberto Lucarelli da anni insegna educazione teatrale nei corsi di formazione professionale dell’Anffas sezione di Milano

LifeGate lo ha intervistato per comprendere le infinite risorse che
il disabile ha a disposizione, a iniziare da una particolarissima e
finissima sensibilità che si manifesta in maniera
sorprendente attraverso l’alchimia del teatro e della
rappresentazione.
Cosa occorra fare per indirizzare e incanalare al meglio queste
risorse è quanto Lucarelli si preoccupa di fare ogni giorno
con i suoi ragazzi, a partire da una profonda accoglienza e
comprensione dell’unicità che caratterizza ognuno di
loro.

Come è nata la tua esperienza di teatro con il
disabile?

Mi sono sempre occupato di scrittura, sentivo come una
necessità di comunicare attraverso la parola scritta ma
anche di lavorare sul suono, sul ritmo. Di lavorare sul senso delle
parole, di inventarle, di fabbricarne di nuove che fossero utili al
suono, allo stato d’animo: quello che si dice un flusso di parole,
di pensieri. Oppure: una scrittura sperimentale. Perché
tutto, ogni cosa, va sempre etichettata, confezionata, incasellata;
quello che non si conosce fa paura, è scomodo da trattare,
mette disagio. Ho sempre contaminato la scrittura con il teatro e
il teatro con il cinema e la musica, la poesia, grazie soprattutto
a certi miei amici, a compositori e percussionisti come Ross De
Julio, a scenografe e creative come Paola Licastro, attori come
Alessandro Ferrara e Luca Passeri e molti altri. E’ insieme a loro
che mi sono arricchito, che ho imparato a cogliere le sfumature, le
diversità e l’utilità di ogni arte, di ogni cosa. E
poi la mia esperienza di lavoro con ragazzi disabili nei corsi
professionali, a cui avrei dovuto impartire lezioni tecniche: mi
trovavo bene solo quando facevamo educazione fisica. E’ così
che a poco a poco ho inserito le attività teatrali in aula,
ho cercato di trasformare quei generici laboratori espressivi in
qualcosa che osasse di più, che facesse sentire questi
ragazzi importanti.

Che tecnica usi nei tuoi laboratori espressivi?
I ragazzi vanno trattati in modo normale, non c’è un
sistema, una tecnica più valida di un’altra. Bisogna pensare
che ogni incontro ti può insegnare qualcosa, come dice lo
scrittore Joao Guimaraes Rosa: “…maestro non è chi sempre
insegna, ma chi d’improvviso apprende”. Il problema è il
tempo come per tutte le cose. Più tempo stai con loro,
più ti dedichi a loro più acquisisci, più
conquisti la loro fiducia. Il tempo, la fiducia, l’affetto: ecco la
tecnica.

Cosa ti dà più soddisfazione nel lavoro con i
disabili?

E’ vedere che sono contenti. Quando guardano un film che hanno
interpretato li senti felici; si sentono seriamente considerati
almeno una volta nella vita. Lavorare con loro inoltre serve
tantissimo a mettersi in ascolto, ad avere pazienza, si impara che
il mondo è diverso, che è necessario guardare oltre
le apparenze altrimenti ogni cosa diventa così assurda,
senza senso. Guardi il mondo e cosa vedi? Non capisci: la gente
uccide, perseguita, fa del male. Cerchi di non fermarti alle
apparenze.

Daniela Milano

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