Il mondo in conflitto

Asia Africa e Medoriente hanno uno spazio importante nei luoghi dell’Arsenale. E’ un brulicare variopinto e vitale di sensazioni.

Clandestini, Smottamenti, Sistemi individuali, Zona d’urgenza, La
struttura della crisi sono gli argomenti degli artisti che
espongono nell’Arsenale, con installazioni, quadri, foto, video,
temi ben lontani dalle problematiche intellettuali e astratte che
toccano un’élite ristretta. E’ un tuffo nel mondo di chi
sente gli effetti della globalizzazione e dei conflitti etnici
sulla propria pelle, come realtà quotidiana. Come succede in
altre forme di arte, pensiamo al teatro, alla musica o al
videoclip, con la rappresentazione aggressività e
conflittualità insita in una realtà si trasformano in
partecipazione.

Così nell’installazione di un artista israeliano si
può vedere un interno tutto rovinato, nel non-colore bianco,
espressione di una vita segnata da bombardamenti e assenza di
qualsiasi normalità quotidiana.

Sorprendente, nella sua ricchezza, la partecipazione degli artisti
asiatici: con immagini colorate e vivaci rappresentano l’isolamento
dell’individuo di fronte a un potere invisibile ma omnipresente, un
potere che non si esprime necessariamente con fatti politici,
piuttosto nell’organizazzione omologata della vita quotidiana, nel
creare angoscia di fare attività fisica in misura
sufficiente, nel vedersi buttare giù il vecchio quartiere
residenziale. Anche il gioco è presente: in una serie di
fotomontaggi un aereo tipo quello del 11 settembre vola verso un
grattacielo. Questo cerca di evitarlo, abbassandosi, contorgendosi
o spaccandosi per l’occasione in due, facendo passare l’aereo in
mezzo.
“God bless America” (Dio salva l’America) è un film girato
in stop motion dove i due protagonisti formano con la creta vari
personaggi di fantasia e della mitologia per poi negli intervalli
tra un creazione e l’altra consumare in fretta e furia la vita
propria.

Molto toccante la partecipazione africana, con dipinti e foto che
partono spesso da situazioni di estrema povertà. Richezza di
colore e un diffuso senso di vitalità caratterizzano i
lavori provenienti da questo continente martoriato.

Rita
Imwinkelried

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