Il Pil non basta più. Arriva l’Iwi insieme ad altri nove Pil alternativi

L’Unep, l’agenzia Onu per l’ambiente, ha sviluppato un indice che va oltre il semplice prodotto interno lordo: l’Inclusive Wealth Index (Iwi). Ecco le alternative al Pil.

Il Pil non basta più, non è più adeguato,
non riesce a rappresentare la complessità di un mondo in
bilico tra crisi ecologiche, interrogativi scientifici, dilemmi
riguardanti l’energia, l’alimentazione, gli stili di vita, la

biodiversità
. Anche la
Conferenza mondiale sull’ambiente Rio+20
ha fornito l’occasione
di ripetere, come da anni fanno sempre più economisti, che
occorre un nuovo metro per misurare quanto, se e come le economie
stanno crescendo.

 

La nuova proposta: l’Unep

L’Unep, l’agenzia Onu per l’ambiente, ha sviluppato un indice
che va oltre il semplice prodotto interno lordo: l’Inclusive Wealth
Index (Iwi), presentato il 18 giugno in Brasile in concomitanza con
la conferenza Rio+20. “La Conferenza di Rio e’ un’ottima occasione
per smettere di considerare il Pil come l’unica misura della
prosperita’ di un paese, perche’ trascura i principali indici di
benessere delle persone, oltre allo stato delle risorse naturali di
un paese – afferma il direttore esecutivo dell’Unep Achim Steiner –
l’Iwi e’ fra le possibili alternative che i leader mondiali
potrebbero prendere in considerazione”. “Anche se la maggior parte
delle economie analizzate, e in generale il mondo, hanno avuto
tassi di crescita positivi negli ultimi anni – sottolinea Pablo
Munoz, direttore scientifico del rapporto collegato – uno sguardo
piu’ ampio indica che questo e’ avvenuto ad un prezzo molto alto,
di cui si dovrebbe tenere conto nel bilancio dei singoli
Stati”

 

Il precedente di gennaio: l’Onu

Bisogna pensare a indicatori diversi dal Pil e le nazioni
dovrebbero ridefinire il concetto di benessere, perché lo
sviluppo globale attuale è diventato insostenibile per il
pianeta. Questa è la costante alla base di tutte le 56
raccomandazioni contenute nel rapporto Onu “Resilient people
resilient panel: A future worth choosing”: 100 pagine scritte da un
comitato di ricercatori di alto livello, presentato il 31 gennaio
al summit dell’Unione africana ad Addis Abeba, in Etiopia. Secondo
il panel “non si possono ignorare i sacrifici imposti al mondo
ambientale dalla crescita economica”. Tra le altre raccomandazioni,
l’Onu elenca i requisiti fondamentali per lo sviluppo sostenibile,
la green economy, l’incorporazione dei costi sociali e ambientali
nel settore privato, l’eliminazione dei sussidi ai combustibili
fossili entro il 2020 e nuovi investimenti per la comprensione del
nostro pianeta, a favore delle scienze naturali, della
meteorologia, dell’ecologia. La richiesta di fondo è di
definire un indice di sviluppo sostenibile che vada oltre il Pil,
oppure una serie di nuovi indicatori, entro il 2014.

I PIL alternativi

IWI

Il test sul nuovo indice Unep è stato condotto su 20
Stati in cui il PIL è cresciuto ma a scapito di benessere
dei cittadini e delle risorse naturali. I paesi presi in
considerazione (tra cui non l’Italia) rappresentano il 56% della
popolazione mondiale e il 72% del PIL mondiale. Sono stati scelti
tra economie ad alto, medio e basso reddito. Ad esempio il
Sudafrica ha ridotto le risorse naturali pro-capite del 33% nel
periodo considerato, il Brasile del 25%, gli Usa del 20% e la Cina
del 17%. Solo il Giappone fra i paesi presi in considerazione ha
aumentato il proprio ‘capitale naturale’ grazie a nuove foreste.
Gli straordinari avanzamenti del PIL del 422% in Cina, del 37%
negli Usa, del 31% del Brasile e del 24% del Sudafrica sono quindi,
con l’indice IWI, rivisti al ribasso: Cina e Brasile salirebbero
del 45% e del 18%, mentre gli Stati Uniti del 13%. Diciannove paesi
su 20 mostrano un declino delle risorse naturali, mentre sei fra
cui la Russia hanno un IWI negativo: lo sfruttamento delle risorse
non è neppure andato a vantaggio del benessere dei
cittadini.

 

Beyond GDP

L’Unione Europea dal 2009 ha lavorato a un nuovo indice
statistico che permetta di misurare, oltre alla ricchezza prodotta,
anche i progressi ambientali e nella qualità di vita.
L’iniziativa è partita a Bruxelles durante la conferenza
“Beyond GDP” (“oltre il Pil”) che il governo comunitario ha
organizzato insieme a Parlamento europeo, Ocse, Wwf e Club di
Roma.

CIW, Canadian
Index of Well-Being

Il Canada è il primo grande stato a dotarsi di un
“rapporto composito sulla crescita” ufficiale, tenendo in
considerazione come stanno davvero i cittadini, la qualità
della vita, le ambizioni. Mostra che dal 1994 al 2008 il Pil del
Canada è cresciuto di un robusto 31%, mentre la
qualità della vita solo dell’11%.

HDI,
Human Development Index

Ideato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq,
l’indice è già usato dall’Onu dal 1993 accanto al
Pil. Oltre alla tradizionale visione di crescita su parametri
economici l’HDI tiene in considerazione diritti umani, difesa
dell’ambiente, uso delle risorse locali, alfabetizzazione, servizi
sanitari e sociali, pari opportunità. La scala dell’indice
è decrescente da 1 a 0.

GPI, Genuine Progress
Indicator

Capitale umano, capitale costruito, capitale sociale, capitale
ambientale: su queste quattro categorie si impernia il GPI.
Elaborato da Redefining Progress nel 1995, a differenza del Pil
considera il contributo economico (stimato) di tutti i servizi del
volontariato e sottrae le spese dovute a inquinamento, divorzi,
disoccupazione, crimine, esercito. Mentre il Pil procapite è
aumentato negli ultimi 50 anni, la crescita del GPI s’è
arrestata verso la metà degli anni Settanta.

EPI
-Environmental Performance Index

Elaborato nel 2005 dalle università Yale e Columbia,
è la “pagella” annuale degli sforzi degli Stati per
raggiungere 22 obbiettivi ambientali, dall’acqua alle emissioni di
CO2 procapite. Nell’edizione 2012 stilata con il centro europeo di
Ispra e il Wef, l’Italia è ottava (cinque anni fa era
ventisettesima).

GF, Global
Footprint

L’indice dell’impronta ecologica ideato nel 1996 mette in
relazione il consumo umano di risorse naturali con la
capacità della Terra di rigenerarle. Ovvero: quanti “pianeta
Terra” occorrono se non modifichiamo i nostri stili di vita? Nel
1961 ne servivano 0,7. Oggi, oltre 1 e mezzo. Calcola anche le
differenze fra stati. I più “spreconi”sono Emirati Arabi
(con un valore di 12 contro una media mondiale di 2,2), poi Usa
(9,6) e Canada (7,6). Meglio, ma non abbastanza, l’Europa (4,8).


GSI, Adjusted Net Saving Index

La Banca Mondiale nel 1999 ha messo a punto questo indice che
misura la variazione netta nel valore del capitale di un Paese,
correggendo il Pil su quattro punti: aggiunte le spese per
l’educazione (investimenti nel capitale umano) e detratti i costi
delle risorse naturali depauperate e dell’inquinamento.

SSI
– Sustainable Society Index

Elaborato annualmente dall’omonima fondazione olandese, offre
un grafico a “orologio” su 25 fattori per ogni stato, Italia
compresa. A livello mondiale, la sostenibilità si attesta
sul 5,9, sul totale di 10.

HPI – Happy Planet
Index

Un indice di felicità con radici di
scientificità è stato sviluppato dalla New Economics
Foundation di Londra. È compilato con un’indagine che
incrocia i dati sulle risorse utilizzate da un dato paese con
l’impronta ecologica, l’aspettativa di vita e la felicità
dei suoi abitanti.

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