Il potere dell’incontro umano

Si sta diffondendo sempre di più la figura professionale del counselor, a metà tra l’aritmetica competenza del commercialista e quella carismatica di un maestro.

E’ un atteggiamento professionale peculiare quello con cui
counselor si rivolge al cliente, a metà strada tra il
rituale distacco del medico e il caldo coinvolgimento dell’amico
del cuore, tra l’aritmetica competenza del commercialista e quella
carismatica di un maestro. Carl Rogers stesso, in Psicoterapia
di consultazione
(ed. Astrolabio), definisce il counseling
come “un legame sociale diverso da tutti quelli che l’individuo
può aver sperimentato fino a quel momento”. Che cosa
caratterizza questa relazione, la cui specificità ha portato
alla decisione di non italianizzare il nome della professione ma di
mantenerne la dizione originaria – counseling
– dal significato così insostituibile?

Proprio il fatto che, prima ancora di essere un rapporto
professionale, il
counseling è un rapporto umano
. E’ un momento
privilegiato di interazione in cui il counselor crea le condizioni
per una comunicazione autentica, in cui il cliente si senta
accolto, ascoltato, accettato, compreso. In un tipo di
società dallo stile di vita sempre più frenetico,
anonimo e automatizzato nelle relazioni interpersonali, diventa
sempre più difficile per le persone crearsi situazioni in
cui potersi aprire con un interlocutore senza doverne temere il
giudizio, la considerazione superficiale, il disinteresse o
addirittura il rifiuto.

Il counseling risponde a questa profonda necessità di
incontro autentico e di condivisione di riflessioni inascoltate che
spesso, una volta accolte da un orecchio attento, da sole si
incanalano verso una possibile risoluzione adatta alla persona.
Anche in questo il counseling si distingue da altre relazioni
professionali, nel suo accompagnare dolcemente l’interlocutore
verso l’esplorazione della sua situazione sostenuto dal sottinteso
che sarà lui stesso a poter trovare la soluzione di volta in
volta necessaria, che è lui – il cliente – l'”esperto”,
l’unico possibile esperto nell’arte di comprendere e dirigere la
sua stessa vita.

Al di là della metodologia e delle tecniche usate dai
diversi approcci nel counseling, questa priorità
dell’incontro umano accomuna tutte le scuole, è l’essenza
stessa della relazione di counseling. E’ qualcosa che non si impara
sui libri ma che è la vita stessa a insegnare, è un
atteggiamento interiore di profondo rispetto e accettazione di sé e
dell’altro
, che può solo nascere da un lavoro
di crescita personale, da un aver sviluppato in prima persona
quello che Adrian Van Kaam definisce “impegno esistenziale”: la
consapevolezza della propria fondamentale libertà di fronte
alle sollecitazioni della vita, della potenziale creatività
di dare direzione e qualità alle relazioni e della
responsabilità conseguente nei confronti della propria
esistenza.

La formazione al counseling, ai futuri professionisti in questa
nuova professione destinata a diffondersi sempre di più,
passa necessariamente per un percorso di scoperta, riconoscimento e
consolidamento delle qualità umane presenti in ogni persona
che abbia affrontato in prima persona un percorso di conoscenza,
accettazione e integrazione personale. Un percorso che sviluppa, a
sua volta, la sicurezza interiore necessaria per accompagnare un altro essere
umano alla ricerca di sé
, con la stessa
tranquilla fiducia con cui una guida di montagna accompagna un
escursionista sul suo percorso: fornendo stimoli ma sapendo
attendere che l’altro sia pronto a coglierli, incoraggiando senza
forzare, mettendo in guardia senza invadere, guidando, passo per
passo, verso una crescente autonomia e una maggior fiducia in se
stessi.

Il counseling è basato su una profonda fiducia
nell’essere umano
, nella sue capacità di
autodeterminazione e nei suoi valori più alti potenzialmente
presenti in ognuno. E’ questa fiducia che deve impregnare
l’atteggiamento di ogni counselor, deve essere il messaggio
subliminale che viene passato nella relazione per sostenere la
persona nella sua ricerca di sé, con la tranquilla certezza
che non spetterà mai al counselor dirle dovere deve andare e
cosa deve fare.

Chi conduce l’incontro dovrà “soltanto” essere lì
per l’altro, esserci davvero, con tutto se stesso con tutta
l’attenzione, l’empatia, la partecipazione di cui è capace
chi ha già fatto quella strada in prima persona e decide di
intraprendere la professione del “facilitatore” del processo di
crescita, della guida di montagna verso tra vette e abissi
dell’animo umano, di catalizzatore di un ampliamento di punti di
vista e di orizzonti.

Questa presenza, questa capacità di mettere a
disposizione la propria umanità, questa autentica premura
dimostrata nei confronti del proprio interlocutore, prima ancora di
qualsiasi tecnica o strategia pianificata a tavolino, sono gli
elementi fondanti, peculiari e vincenti di questa nuova professione di
aiuto
, del counseling.

Marcella
Danon

 

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