Il resoconto degli interventi

Il tema della contraddizione ha rappresentato il vero filo conduttore della tavola rotonda.

Sotto il profilo storico, Carla Gianotti ha sottolineato ad esempio
che i due sangha, maschile e femminile, sono menzionati con pari
attenzione negli editti di Ashoka (il famoso re indiano che nel III
secolo a.C. promosse la diffusione del buddhismo nel
subcontinente); che esistono sin dall’antichità due
letterature buddhiste ‘parallele’, una dedicata agli uomini,
l’altra alle donne; che negli antichi testi si parla di numerose
donne patrone del buddhismo, indice di uno status economico e
sociale ai nostri occhi sorprendente.

Altra cosa, tuttavia, è la progressione sul sentiero del
dharma con un corpo femminile – una questione molto dibattuta nella
storia del buddhismo. Al di là delle evidenti
disparità gerarchiche e disciplinari tra monaci e monache,
si scopre così come la trasmissione degli insegnamenti e la
compilazione dei commentari fossero appannaggio esclusivo degli
uomini, e come, soprattutto nella tradizione Mahayana, siano
discordi i pareri in merito al livello di realizzazione spirituale
conseguibile da una donna. Sempre nei sutra Mahayana, al tentativo
di postulare un genere ‘neutro’ nella descrizione della natura
della mente, né maschile né femminile, fa da
contraltare il tema della ‘trasformazione sessuale’, ovvero la
necessità per una donna di acquisire un corpo maschile al
fine di conseguire l’illuminazione.

Passando all’epoca contemporanea, la condizione delle buddhiste
d’oriente è profondamente diversa da quella delle buddhiste
d’occidente. Due mondi a confronto, ma non più così
distanti, come ben dimostrano la solidarietà e l’entusiasmo
con cui alcune donne buddhiste occidentali si stanno adoperando per
l’avanzamento delle monache orientali, attraverso la fondazione di
monasteri e il ripristino di tradizioni appartenute a un lignaggio
femminile e da lungo tempo interrotte. Illuminante in tal senso
l’esperienza di Tenzin Palmo, una monaca di origine inglese
divenuta famosa per il suo ritiro di dodici anni in una grotta del
Lahul. Ciò che non tutti sanno è che da tempo sta
raccogliendo fondi per la creazione di un grande complesso
monastico nell’Himachal Pradesh, destinato non solo ad accogliere
numerose monache provenienti da tutto il bacino himalayano, ma
anche ad ospitare un centro internazionale di meditazione riservato
alle praticanti laiche.

Forse, la questione ancora irrisolta rimane quella dell’ambivalenza
con cui nella tradizione buddhista si è guardato, e ancor
oggi si guarda, alla predisposizione della donna a progredire sul
sentiero spirituale. Invano cercheremo indicazioni specifiche nella
letteratura antica, che fa semplicemente riferimento alla generica
difficoltà di ottenere l’illuminazione in un corpo
femminile. Sarà forse l’archetipo della donna connessa alla
materia, o la sofferenza cui la donna è esposta per ragioni
fisiologiche, o ancora l’attaccamento viscerale connesso
all’esperienza unica della maternità. Eppure, come ha
ricordato Paljin Tulku, proprio la donna è “indicata
nell’amore di madre come la più completa espressione della
compassione, suprema virtù nell’etica buddhista”.

Un’indicazione per un possibile percorso può giungere dalla
riflessione con cui si è concluso il dibattito, ovvero che
l’espressione ‘abbandonare la casa’ – ciò che sembra
impensabile per una donna legata ai propri figli – può esser
letta non solo in senso letterale, ma anche e soprattutto a livello
interiore: la dimora da cui dobbiamo separarci, in fondo,
corrisponde alle nostre proiezioni e tendenze mentali negative.

 

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