Il “retrobottega dell’anima”

I “Saggi” di Montaigne costituiscono non solo uno dei vertici assoluti del pensiero rinascimentale, ma si impongono anche come privilegiata chiave di lettura del nostro stesso stare al mondo.

Il pensiero di Montaigne si configura essenzialmente come una forma
di “socratismo critico”: radicale apertura a tutto ciò che
è umano e umanizzante, centralità del dialogo e del
confronto tra esperienze diverse, riconoscimento della finitudine
umana, cura dell’anima, intesa come lavoro di dissodamento e
purificazione dalle opinioni comuni per prepararla alla
meditazione, al duro tirocinio interiore.

Si delinea, così, una filosofia autobiografica,
antisistematica, dove la forza del pensiero è continuamente
sperimentata sulla propria carne e sulla propria anima, per fare
chiarezza sui significati di fondo dell’esistenza, al di là
delle maschere, dei vizi, del disordine che provengono dai tumulti
scomposti del mondo.

Dall’esperienza di sé, Montaigne guadagna una visione
equilibrata, serena dell’esistenza umana, lontana dai picchi
utopistici della perfetta felicità, ma anche dalle lande
dolorose dello sconforto, del male di vivere.

Per conseguire questo tipo di serenità, occorre accettare i
limiti che contrassegnano costitutivamente il nostro stare al mondo
e, soprattutto, frequentare il “retrobottega dell’anima”.

Ecco il suggestivo passo di Montaigne: “Bisogna avere moglie,
figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non
attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità.
Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto
indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il
nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi
dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto
privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi
trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie,
senza figli e senza sostanze …. Noi abbiamo un’anima capace di
ripiegarsi in se stessa; essa può farsi compagnia; ha i
mezzi per assalire e difendere, per ricevere e per donare; non
dobbiamo temere di marcire d’ozio noioso in questa solitudine”.

Questa è la solitudine autentica, che non va intesa come
fuga dal mondo, ma come cura dell’anima, ordine interiore, arte del
vivere bene, per affrontare il mondo con maggior consapevolezza, in
piena trasparenza, senza le maschere quotidiane o la zavorra delle
passioni più nocive alla salute del proprio io.

Fabio Gabrielli

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