“Still, the children are here”

“Still, the children are here”, il film-documentario sui popoli indigeni dell’India, prodotto dalla regista indiana Mira Nair, presentato al Romaeuropa Festival 2003

“Still, the children are here”

Il loro cammino non è facile. La civiltà del denaro,

dello sfruttamento e del profitto si impone con ritmo lento e

inesorabile anche nelle lontane e incontaminate foreste primarie
del continente indiano, un’area vasta che pur conservando zone
ancora inesplorate, oggi è collegata con la civiltà
attraverso strade tortuose di terra battuta.

Loro sono i Garo della regione di Meghalaya, nel nord-est
dell’India, appartengono a una società matrilineare di
antica discendenza tibetana e vivono in condizioni di relativo
isolamento. Un’isola etnica oppure una cultura marginale, la
chiamerebbero gli antropologi, segnata dalle leggi eterne della
natura che dominano su tutti i momenti della vita dell’individuo e
della collettività, e non un residuo esotico come invece
alcuni si ostinano a considerare i popoli indigeni, 6000 gruppi
distinti per un totale di 300 milioni di persone che vivono in
oltre 70 paesi del nostro pianeta, il 5% della popolazione
mondiale.

Nella preziosa testimonianza filmica realizzata dalla regista Dinaz
Stafford nel villaggio di Sadolpara, le immagini di una natura
aspra e di esuberante bellezza fanno da sfondo alle storie
vigorosamente impresse nella memoria collettiva dei Garo, che
narrano l’antico stile di vita, gli elementi fondanti e aggreganti
della propria cultura, ricchi di risorse spirituali e materiali,
permeati di eternità religiosa.

Ma è nel confronto col mondo esterno che ai Garo vengono a
mancare le loro secolari certezze. Anche in questo sperduto angolo
di mondo la globalizzazione, parola chiave del nuovo ordine
economico mondiale, ha iniziato ad assumere le spettrali fattezze
di una lenta deforestazione, dunque sfruttamento e contaminazione
dei valori. E’ soprattutto l’immenso patrimonio di conoscenze sulla
biodiversità che rischia di scomparire, in particolare la
ricca varietà di riso di collina la cui coltivazione non
è soltanto uno degli aspetti principali su cui si fonda
l’organizzazione sociale ed economica della comunità Garo,
ma è una vera e propria pratica religiosa.

La scomparsa dell’economia agricola, il rischio di una sua
trasformazione coatta in monocoltura, insieme all’abbandono di
tecniche di coltivazione antiche di 6000 anni, cancellerebbero per
sempre ingegnose attività agricole di sussistenza destinate
ancora oggi al consumo domestico e al mercato locale. Dai
fotogrammi s’intuisce che di fronte all’arbitrarietà e alla
subdola scaltrezza dei politici e agli interessi di commercianti
senza scrupoli potrà ben poco la saggezza dei Garo. Il film
della Stafford è un piccolo grande capolavoro che ha in
sé una straordinaria adesione alla realtà etnografica
e al tempo stesso è profonda rappresentazione poetica, mai
edulcorata, di un mondo che potremmo non aver più occasione
di conoscere.

Maurizio Torretti

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